Ritorni

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a E.N.

Ritorna la parola, gioco d’ombra
nelle umide carte del tempo vinto,
in armari d’archivio;
torno nel giardino, nelle voci
della valle a riposare.

E abbandoni il timore
del rinviato risveglio,
sei in ritardo qui,
dove i lemuri riposano
senza pasqua tra i notturni vocii
di giovani irenei.

Eravamo noi
(sui pietrischi coi nostri penetrali,
corpi o simulacri? con gli occhi
vinti ai tormenti manichei)
senza risposte, sospinti
filamenti di mani intrecciate.

(Edoardo Penoncini, Quell’aria, Viareggio (LU) 2015, pag. 36)

 

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Vicus felix et nunc infelix. La luce dell’ultima casa

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PromoIl volo

Qui nel fumo che si scioglie lentamente
sopra tetti rugginosi
muto il mio cammino in volo,
passo da terra ad aria
mi consolo così
con questo cambiamento di stato.
Non ho più voce
mani e corpo,
non ho bisogno di respirare
sono ormai respiro eterno.
Le mie parole sono fruscii
che scivolano sulle case,
la pioggia un eterno lagrimare
sui coppi crepati,
vorrei restare sopra questi tetti
dove godo l’ultimo tepore
della mia prima casa.

(Vicus felix et nunc infelix. La luce dell’ultima casa, Presentazione di Matteo Pazzi, Introduzione di Ivano Mugnaini, Quarta di Matteo Bianchi,Al.Ce. Editore, Ferrara 2015, pag. 107)

Il mio 25 aprile

Non c’è più il fascismo, non ci sono più i partigiani, magari è vero. Eppure ancora c’è tanto bisogno di resistenza, resistere sempre è un diritto, è un dovere perché esistono gli uomini, persone che parlano, necessitano di vivere, hanno un pensiero, luce che viaggia, voglia d’incontrarsi.
Non c’è più il fascismo, non ci sono più i partigiani, magari è vero. Oggi ci sono i parolai dal pensiero piatto per l’omologazione al pensiero unico, senza azione, che invitano alla diserzione, regalano noia dagli scranni e in televisione, effetti collaterali: inedia.
Non c’è più il fascismo, non ci sono più i partigiani, magari è vero. Però ci sono le lobbies, la globalizzazione per un mercato della gente, per lo sfruttamento, per la produzione scientifica della fame, per annullare il diritto al lavoro; ci sono i mercanti nel tempio, i maneggioni (non ‘manager’) d’industria, i corrotti e i corruttori e noi spettatori, effetti collaterali: assenza di istruzioni per l’uso.
Non c’è più il fascismo, non ci sono più i partigiani, magari è vero. Però quei sogni, l’intima e profonda convinzione che tutti fossero finalmente liberi di trovarsi in piazza, di pensare, di parlare all’occorrenza, di scrivere senza censure, di lavorare senza tessere in tasca da esibire, di sentirsi persone con diritti e doveri, di scegliersi un partito, di sentirsi partecipi e insostituibili di/in una libera comunità… effetti collaterali: tutti quei sogni io li ho ancora e ho tanta voglia di resistere, perché, questo, è il mio venticinque aprile, non il gioco dell’illusionista che annulla il passato (con tanti errori e orrori, ci mancherebbe), annebbia il presente e del domani non dà certezza.

Dario Bellezza

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Nel gennaio 2015, Mondadori ha pubblicato il volume Tutte le poesie di Dario Bellezza, a cura di R. Deidier, pp. XXXIV-750.
Bellezza morì il 31 marzo 1996 per AIDS, dopo un lungo calvario ben raccontato da Maurizio Gregorini in Il male di Dario Bellezza. Vita e morte di un poeta, Stampa alternativa-Nuovi equilibri, Viterbo 2006, pp. 202.
Nella nota bibliografica Deidier, come ha osservato Andrea Di Consoli il 26 febbraio scorso sul “Corriere della sera”, ricorda che Bellezza morì semplicemente ‘dopo una lunga e soffertissima malattia’ (p. XVII), omettendo il nome della malattia. Perché? Della malattia di Bellezza tutti erano al corrente e quel nome innominabile per Deidier, AIDS, era il titolo di una poesia contenuta in Libro di poesia (edito da Garzanti nel 1990, ora in Tutte le poesie, p.472), in una stagione ‘durante la quale non si aveva paura di chiamare le cose con il loro nome’ (A. Di Consoli).
Ecco la poesia di Bellezza:

AIDS

Il mio AIDS, alla francese SIDA,
come dire Madame Sida, buongiorno!,
non esiste –
anche se insiste sulla terra:
vola in alto il virus che uccide
ai vecchi peccatori di un attimo

Non ne sarò premiato
come unica tomba la tomba
poi il silenzio che verrà:
il che è la stessa cosa più alta
e sottile nel creato immondo
e votato a distruzione
per atomico oltraggio
ultima sirena della fine

Dunque fuggiamo, o AIDS,
disamori e cecità manifeste
il languore dei secoli spenti
in un abbraccio salutare; chiudiamo
nel cuore un ragazzo felice
e sbarazzino, volante, esibizionista
senza sparare niente se t’insinui
nelle crepe della carne;
fuggire non vale, se scomparire
non puoi riscaldami con fiducia
bevimi, leccami pure

La piena

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Fa paura il Grande Fiume quando arriva la piena. Una mia poesia del novembre 2010.

La piena

 

Foto di Silvia Ramazzina dal suo profilo facebook.

 

 

 

 

è di nuovo un giorno di rabbia e vento,
suda il cielo colori minacciosi,
corre il fiume con le sue acque di limo,
s’infiltra nelle tane delle volpi
scava e scava ancora, si beve l’argine,
l’argine stanco con l’acqua alla gola,
le golene sono un deserto d’acqua
e gli alberi con i rami che annegano
sono mani alzate in cerca d’aiuto

in “I poeti del duca. Excursus sulla poesia contemporanea a Ferrara”, a cura di Matteo Bianchi, Kolibris, Ferrara, 2013, pag. 225.