copzena Eravamo rimasti all’umano di un mondo di donne e uomini senza storia che trovavano un mondo vivo e grande nel libro Margini del 2013 (Vd qui, https://lalucedellultimacasa.wordpress.com/page/3/, post del 31-12-2013).
In quei racconti lo sfondo privilegiato era il fiume, il Po, e a ridosso dell’argine si scioglievano curiose, ora felici ora dolenti, storie di vita di donne e uomini senza storia, ma che ritornavano «con il colore zuccherino della melagrana.»
Qui, come allora, corre un denominatore comune, la vita delle persone e anche qui, verrebbe da dire, senza storia, se non fosse che i protagonisti dei quarantanove racconti che costituiscono il libro, Qui come altrove, ovvero la donna che ripara i sogni e altre storie (Effigie, Milano 2016), sono protagonisti, attori di gesti, espressione di sentimenti, simboli che assurgono a valore universale, perché quando si sente il sangue scorrere significa che siamo toccati dal vissuto collettivo e non importa se il vissuto è qui, in questo luogo e in questo tempo, o in un altrove spazio-temporale.
Leggendo la quarta di copertina, mi sono imbattuto in un sostantivo: semi, e l’effetto prodotto mi ha accompagnato per tutta la lettura del libro, come se, semi, fosse la parola-chiave per leggere nel modo migliore il libro, ma insieme, nella lettura, mi ha accompagnato la poesia di uno tra i maggiori poeti dialettali viventi, Fabio Franzin, e da lì voglio partire per sviluppare le due cose che intendo dire.
da Sesti/Gesti, puntoacapo, Pasturana (AL) 2015

Daa semenzha dei sesti

L’é dai sesti che nasse ‘e paròe.
Daa carézha, dal colpo de mazha
che inpianta ‘1 pal fondo tea tèra

come daa tòea che un marangón
sega e misura. E l’é dae inpreste,
sie ‘a cazhiòea o ‘1 tubo de goma

strassinà tel prà, che !e vocài se fa
su, stonfe de sudhór e segadhùra
‘e casca pì fisse tel fòjio, ‘e se peta

mèjio, ‘e se liga ciuse ae consonanti.
L’é daa semenzha dei sesti che nasse
‘e paròe, no‘e fiorisse mai da lore soe.
Dalla sementa dei gesti

(È dai gesti che nascono le parole.
Dalla carezza, dal colpo di mazza
che pianta il palo fondo nella terra

come dall’asse che un falegname
sega e misura. Ed è dagli strumenti,
siano la cazzuola o il tubo di gomma

trascinato nel prato, che le vocali si
formano, zuppe di sudore e segatura
piovono più fitte nel foglio, si fissano

meglio, più salde si accorpano alle consonanti.
È dalla semenza dei gesti che nascono
le parole, non fioriscono mai da sole.)

Nulla germoglia senza sementi, anche le sfide, perché questa raccolta parte da una sfida, quella di voler dire brandelli di vita, mestieri, sogni, agonie in meno di mille battute, spazi compresi. Cosa può significare ciò, se non un percorso di poesia, perché se vogliamo giocare con i numeri, il sonetto Alla sera del Foscolo mi dà 583 battute, La casa dei doganieri di Montale 800, le quattro ottave che costituiscono il proemio del poema ariostesco 1217 e Il passero solitario del Leopardi 1923. Allora viene spontaneo pensare a uno dei racconti della Roncada per rispondere:
«L’uomo che scrive sui fogli da musica … appoggia le parole, per grazia di un pennino a punta grossa e china trasparente: parole che vengono da amori alberi e fiori, rade sul rigo, sospese come passeri sul filo. Perché, se arriva il vento, siano pronte a volare via, a suonare nell’aria alla rinfusa, come grani di collana liberati. Senza più peso.
Tornano, dopo, sporche di alto. E allora è poesia.» (pag. 10)
La poesia, vien fatto di pensare a un’affermazione di Bassani, non è solo quella data «dall’andare a capo che si verifica alla fine di ogni verso».
E allora ecco dove sta la sfida, nello spremere ogni parola fino all’essenza, perché la poesia non si ciba di parole di contorno, pretende uno spazio da donare al lettore perché egli, come ciascuno, è destinatario e interprete autentico che fa suo il seme e il gesto generatore delle parole. Siano parole nuove come l’aggettivo ‘rimbalzina’ (pag. 15) e il verbo toscaneggiante o di calco dialettale sfragolare (pag. 46), quelle ormai perse (inagrare per inasprire, pag. 13) o rare come il verbo sbiecare (pag. 16), sono le parole che dànno corpo a una sfida dove convivono levitas e gravitas, e qui gravitas vale per sostanza.
Se nella precedente raccolta, il tempo era dato nello spazio fisico della Bassa mantovana, qui invece assume tratti quasi metafisici, come se le storie raccontate da Zena fossero sospese in un limbo creato letterariamente per figure straordinariamente quotidiane, invece queste figure sono date da una matrice reale, da un gesto còlto e fissato come i rami di un albero stampati sullo sfondo del cielo, in un ordito che si costruisce racconto per racconto e basterebbe solo leggere l’indice per cogliere uno spaccato di umanità, vissuta e vista dentro e fuori.
Così se da un lato abbiamo i verbi che ci dànno il portato della realtà (il fare dei mestieri), dall’altro abbiamo la sostanza dei nomi, nomen substanctivum, appunto, raramente caricati del di più aggettivale, e la sostanza sta nel concreto, ma anche nell’astratto e sfilano gesti consueti come il saluto del vecchio che si leva il cappello, un gesto che sa d’antico e diventa nuvola, nuvola alta e filamentosa come i cirri, per tramutarsi qui in garbo e leggerezza.
E le nuvole chiamano il cielo, il cielo il volo e un’altra associazione, un’altra parola-chiave: volare, forse suggestione di questo 2016 ferrarese, scandito dal brulicare delle iniziative ariostesche per i cinquecento anni della prima edizione dell’Orlando furioso.
Tutti abbiamo subito il fascino del meraviglioso cavallo alato che porta Astolfo al Paradiso terrestre, tappa intermedia prima che un carro trainato da quattro cavalli infuocati lo portasse sulla luna. Sulla luna dove tutto quanto smarrito sulla terra, lì si ritrova. E anche Zena sembra arrivare su una luna dove recupera e fa rivivere non senni perduti, ma figure di una umanità che hanno popolato il nostro passato e sono il noi di oggi, perché ieri e domani non sono segmenti temporali isolati, perché la continuità è insieme persistenza e mutamento, è e deve essere il destino dell’umano essere, e nella penna di Roncada ne trova il tramite empatico e rispettoso, per usare le parole di Simonetta Bitasi.
Dopo questo bel discorso, di una Roncada viaggiatrice del cielo, mi sorge il dubbio: se Zena fosse invece una curiosa viaggiatrice di terra e come una rabdomante sentisse la vicinanza di un tesoro? Allora la luna avrebbe solo il sapore leopardiano, domande da fare alla silenziosa, invidiata, sì, ma incapace di risposte all’errante pastore, e il senso delle cose starebbe nei gesti, da cogliere e ripetere.

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