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C’è sempre qualcosa di irrisolto tra chi parte e chi resta e occorre «uscire dal buio / attraverso il tempo. / Perdonare, e perdonarsi. / Sconfiggere la pioggia vecchia. / Scavare. / Scrivere.» Scrivere quando «la pioggia vecchia» è sconfitta e la terra s’asciuga, come il tempo asciuga una lacrima, sedimenta, ma non sconfigge il dolore. Avernus L’ultima raccolta di Daniela Raimondi (Avernus. Prefazione di E. Di Palma, Nota di lettura di I. Fedeli, Edizioni CFR, Piateda (SO) 2014, pp. 60, € 9,00) porta la cifra di un forte autobiografismo, ripercorrendo l’ultimo periodo di vita del padre, dalla speranza di «un tempo ancora da vivere», alla condivisione della magia dell’ultima nevicata che imbianca il mondo e silenzia ogni cosa, agli sguardi per restare aggrappati, all’ultimo mondo vissuto negli occhi della nipote, all’ultimo sospiro per «disimparare la vita» e andarsene da «Solo. / Solo.»
Poi i gesti quotidiani che si confondono con l’umanità profonda mentre si svuota il comodino e l’armadio in ospedale: il «ridicolo cappello da esploratore rivestito di pelo. // ‘tiene calde le orecchie.’ – Dicevi.» diviene il primo viatico per ricordare, e prosegue con il disconoscimento (pagg. 30-1):«Quello non era mio padre.», il corpo senza vita «Era mio padre, / eppure non era mio padre.», con la fotografia di pag. 39 che ritrae padre e figlia, fino alla lirica più alta della raccolta, pagg. 40-1, dove la figlia si trasforma in una madre consolatrice che indica l’approdo e accende un ‘fuoco propiziatorio’ e, pur nell’assenza di una resurrezione, la preghiera per un padre tra i salvati accompagnato da «una ciotola d’acqua, un pugno di frumento, la coperta di lana» (simboli certi della sopravvivenza) accolto da «un eterno sigillo di pace».
Se la poetica della Raimondi non prescinde mai dal dolore, in Avernus la sofferenza si accompagna senza mescolamenti tra immaginazione e travisamenti dalla realtà alla creazione poetica. Il reale è lo sfondo di questa silloge e trova il momento più emblematico nella lirica 16 marzo 2012; nello stesso giorno si consuma il destino del genitore e quello del gatto, due creature da salvare. È un calvario vissuto insieme tra chi resta e chi va, ma nella consolazione della ripresa delle piccole/grandi cose dell’amore che ha segnato e che permane, anche se «Padre: solo una volta mi hai detto che mi volevi bene.» Sì, perché il bene dei padri, più di quello delle madri, è fatto spesso di silenzi, sguardi di nascosto, apprensioni trattenute, complicità mascherate, così come quello dei figli è la ricerca di una sicurezza in un porto infinito e nelle ultime parole sussurrate al termine delle esequie: «Ciao, papà.»
Affreschi del dolore, tessere che danno un racconto con una stretta cadenza cronologica, che raccoglie aria attraverso una scrittura che scivola dal verso alla prosa, che si alimenta spesso di un titolo/esergo per «riportare alla luce mappe del passato, pezzi di memoria, / l’eco di una voce. E scrivere. / Scrivere per non dimenticare mai le cose belle», come questa raccolta ci aiuta a fare.

Ferrara, 02-05-2014

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