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Zena Roncada, Margini. Storie di donne e di uomini senza storia, Pentàgora, Savona 2013, pag. 170, 12 euro, a cura di Lucia Saetta). MarginiCop

Recensione di Edoardo Penoncini

Parlare di un libro che presenta il pregio di coinvolgermi per lo “sguardo empatico” che offre, perché lo sfondo dei racconti qui raccolti è quello della campagna, del Po, delle nebbie, dei personaggi curiosi del borgo, dei drammi e delle gioie della vita di ieri, mi coinvolge e mi stuzzica molto; poi sono felice che, finalmente, abbiano trovato il naturale sfogo su carta e facciano diventare due volte partecipe e complice il lettore, delle storie e del profumo della carta.
Questi quarantasei racconti brevi, divisi in quattro sezioni (Mappe di terra, di fiume e di cielo; Il tempo delle formiche sulla tavola; Orti, corti e cortili; Amori e spose), sono solo una parte di quel grande patrimonio di vivida scrittura che Zena Roncada è venuta pubblicando sul suo blog “Pesci di nebbia”, nickname Colfavoredellenebbie, nell’arco di dieci anni. “I racconti non finiti, le schegge di parole, le arie che si fischiano, le conte e gli scongiuri, che non hanno padri né nomi, sono pesci di nebbia dolce: nuotano e svaniscono.” È in queste parole, che accolgono nel blog, l’intenzione narrativa di Zena e per cogliere in pieno il miele di ogni racconto, io mi immagino seduto o in cammino sull’argine e se per un istante chiudo gli occhi, mi si popola improvvisamente un fiume di scie, di voli, di suoni, pensieri da un lato, l’acqua, dall’altro, il borgo che si aggrappa tenacemente al suo argine, al suo fiume, perché senza fiume non saprebbe vivere, non avrebbe storia (un paese distrutto e ricostruito poco distante non ha più l’identità originaria, è un altro paese), dal quale emergono figure, felicità fugaci che lasciano il dolce negli anni e nella memoria, nomi dimenticati che d’incanto riprendono il loro posto nella vita, “opre femminili” e consegne che il tempo ha cancellato, sapori che emergono con il colore zuccherino della melagrana… e stare lì sull’argine con questo libro in mano.
Il libro di Zena si comincia a leggere dalla copertina, l’illustrazione di Ferencz Haraszti mostra una sedia e uno scrittoio sotto la finestrella obliqua di una mansarda da dove un generoso raggio dà caldo e luce a chi si appresta a scrivere, ma offre anche un centro di osservazione per raccontare le storie, proprio come Palmira, la protagonista del primo racconto, che
«Voleva una torre. Una torre come quella dei piccioni. Una stanza piccolina sopra il tetto o un comignolo grande.
Che ci stesse una sedia.
Per guardare la sera le case dei suoi figli, da lontano…
»

E Zena Roncada dal suo osservatorio, a ridosso del Po, annota e riporta quarantasei storie di donne e di uomini senza storia.

Il fiume, sempre presente, sempre citato, diversamente dai nomi dei paesi (mi pare di aver visto riportato solo Carbonara e Felonica oltre a qualche microtoponimo), è lo sfondo delle storie, e non elemento liquido di separazione o unificante tra regioni e province che si guardano da una riva all’altra. L’argine è protezione non solo fisica, margine entro il quale si consolida il tepore degli affetti, perché in queste microstorie vi sono soltanto venature dolci, quelle del caldo buono che si assapora davanti al focolare, eppure margine perché consente di essere vita viva a “personaggi marginali che quasi costeggiano l’esistenza”, come ha scritto Grazia Giordani su «L’Arena» dell’11 dicembre 2013. Il Po è tutto, habitat a 360 gradi, anche unità di misura, non solo dello spazio, pure del tempo:

«E la giaculatoria coi nomi dei santi tutti in fila che si smemora in lunghe cantilene, lunghe come il fiume, che tutto porta, tutto …»

Quel fiume che racconta leggende, ricordando una canzone di Guccini, e un mondo che s’imparenta con altri, per esempio, quello raccontato nelle Croniche epafaniche dello stesso cantautore ‘bolognese’, o di Libera nos a Malo di Meneghello, o del recente Da grande voglio fare il poeta di Consonni. E se nel microcosmo tosco-emiliano di Guccini, in quello altovicentino di Meneghello, in quello briantino di Consonni, in quello bassomantovano di Zena Roncada «la storia di ognuno non è che il riflesso di quella degli altri», ogni storia di un microcosmo si propone come riflesso di ogni altro microcosmo, perché ovunque si sono svolte storie di donne e di uomini senza storia, ma, si badi bene, apparentemente senza storia, perché se oggi abbiamo questi «monumenti» è perché queste donne e questi uomini hanno raccontato, nella loro vita silenziosa, non una storia individuale, ma una storia collettiva.

Ce lo dicono fra le altre le figure emblematiche, antinomiche, di Sibelia e di Gilia; l’una a prendersi cura dei figli delle altre:
«Mai sposa, mai madre, mai niente, solo a rancurare i figli di tutti nella corte, perché le donne stessero quiete in campagna d’estate e nella stalla o al telaio d’inverno: senza la paura delle zampe dei cavalli e dell’acqua ferma nell’abbeveratoio e dei matti che portavano via le creature.»

L’altra a prendersi cura degli uomini:
«perché a pagarla era moglie di tutti.»

Storie vive quelle raccontate da Zena Roncada, che fanno rivivere un mondo, sono storie di paese, tutte lì, lungo il fiume, snidano ciuffi d’erba, profumano di libertà, di voglia di essere, di un mondo raccolto, caldo, piccoli mondi dentro ad altri piccoli mondi, raccontati con naturalezza, senza mai forzare la mano, lasciando sempre la porta aperta alla speranza. Anche quando la vita si fa dramma, e le parole di Zena Roncada non lo tacciono, ma lo dànno con una soffice allusione:

pag. 29
Il frumentone ha sempre le sue storie: / di bambini inghiottiti e più tornati, / di scarpe vuote sulla porta del fosso, /
di donne uscite con la pancia grossa / senza saper di chi, / perché non basta l’ulivo benedetto / crocifisso ai margini del campo.

Pag. 37 nel racconto Carta da zucchero:
Bisognava chiamare, per entrare: un palo a chiudere la strada.
Quel giorno no.
Erano tutti dietro il frumentone: mettevano gran- dine e c’era da far presto, con quel caldo poggiato sulle spighe, a cielo basso.
Quel caldo.
Aveva detto anche Con permesso, nello spingere la porta, per lasciare gli elastici sul tavolo. Dentro la cucina.
Ma c’era la ragazza con il busto nudo, che si lavava con il mestolino, dritta nella mastella.
E l’acqua era fresca sì, lungo la schiena.
Era fresca tutta, lì, quella cucina.
Azzurra.
L’odore buono del sapone.
Non lo sapeva che era stato il primo.
Bisognava farlo rosso, quel cerchio sulla carta. Rosso.
E vederlo diventare colore violacciocca, nel tempo.

Qui, nei momenti più drammatici delle storie, vi è una pausa narrativa, un alone che avvolge e sfuma, volutamente, per non esprimere un giudizio morale sui fatti di paese, che non sono sempre sorridenti e solidali, ma con il silenzio si indica la necessità di meditare quasi a fermare il lettore al quale, il silenzio di quelle pause, si appella. Sì, perché quel cerchio rosso sulla carta, sbiadisce è vero, ma si allarga, si espande forse per dimenticare, forse perché certe macchie non le puoi cancellare.
Sulla sessualità i tratti della narrazione hanno sempre un carattere allusivo; nei due brani che cito si esprime nel primo ribellione e autodeterminazione, nel secondo, dopo tanto attendere, si dà l’ultima presa di posizione quando la verecondia ha allontanato «la paura di disonoranza per fallo commesso» (Dante, Convivio, IV, XXV, 10).

pagg. 31-32
Certo le piaceva sentirsi riguardata, ma, il suo sposo, già se l’era scelto.
A costo di non gemellare le terre con nessuno.
A costo di farci la scappata.
Così.
Col treno fino a Mantova.
Da soli.
Poi il matrimonio, senza vergogna per quel grembo glorioso da regina.

pag. 78
Aveva rughe e braccia meno forti quando la madre con gli occhi bruschi e lo zio con la faccia rossa, tanti anni ciascuno, gli andarono incontro: Abbiamo da dirti una cosa, disse lei. Stanotte io dormo nel suo letto. Anche domani.
E voltò via.
Il vecchio abbassò gli occhi chiari e la seguì.
Il figlio non disse niente e sentì strano.
Passando, a notte fonda, vide un filo di luce uscire dalla porta socchiusa, al piano alto.
Guardò: seduti sul letto, tutti vestiti, giocavano a carte sul cuscino in mezzo e ridevano piano.

Sono gran lunghe le notti, disse il vecchio, guardandolo buono.
La porta si richiuse piano piano.

Tutto viene recuperato da Zena Roncada con la parola, senza nostalgia, ma con la consapevolezza che le parole sono balsamo, portatrici di speranza, testimoni del tempo, e le parole di Zena leggono il tempo; dànno voce all’amore per i suoi luoghi di acqua, di nebbia, piantate e fossi, e ci perpetuano nella carne viva del tempo lavori, risparmi, agonie, emozioni, sospiri. E parole, come il monumentum di Orazio, sono davvero “più durature del bronzo”, sono dono per gli altri che vengono e che verranno. Perché dalla terra arrivano, dall’humus generatore, dalla carne umile.

Una scrittura “liquida” che si scioglie / liquido amniotico perché alimenta, rassicura, vivifica; il ricordo è il mondo che vive attraverso una scrittura morbida, avvolgente e seducente, leggera e delicata, perché nei racconti di Zena Roncada c’è la grazia dello scrivere, controcorrente a tanta prosa che occupa le vetrine delle librerie.
Bastano le frasi riportate in carattere più piccolo per dare il segno dell’incisività della lingua nel libro, una lingua che la fa da padrona, e vedremo tra poco anche con quali strategie, per dire della semplicità espressiva di queste donne e uomini “senza storia”, con l’arroganza e la dignità di sempre:

pag. 22
«Quando una possiede anche un mulino, crede che un uomo sia farina da comprare.

Oppure a pag. 166, l’epica ribellione della moglie al marito infedele, pescato in flagranza a
pulirsi i segni del rossetto dell’amante:
«Ma qui siamo un po’ nervosi, disse l’improvvido.
Trent’anni uscirono di botto, come l’acqua che esplode in un canale.
Parole urlate negli orecchi e nella strada…
Figlio d’un cane, romagnolo falso e traditore, impostore e fedifrago, unto e bisunto, sporco di pelle e di cuore, senza Dio e senza fede… rovinafamiglie col pelo sul cuore…
Sul Zanin, fatto di pietra come il selciato, rotolò l’ultima, furibonda accusa: …
e po’ e po’, da trent’an a t’am ruini al bro’, cal bon, ad galina… Ca t’ag zonti an cucieer at pumdoor e ‘l peear… Vargognat.
Poi la Nella tacque e tornò a rammendare le sue calze. Silenziosa per altri vent’anni.»

Come a dire, passi l’infedeltà coniugale (Se vedi delle cose, lascia stare. Devi portare pazienza), ma non si può ‘rovinare’ il brodo buono di gallina, il tradimento a cielo aperto non è tanto il centro dell’esplosione, quanto l’occasione, finalmente, per rinfacciare al marito l’incapacità di apprezzare le cose buone, il brodo di gallina e, sottinteso, la remissione e la devozione della moglie.

Si diceva della lingua. Senz’altro una lingua poetica quella di Zena Roncada, poesia in prosa: “proesia”, fioccano sul blog i commenti; è evidente una capacità di scrittura che segue una sonorità ben precisa che non si fatica a leggere in versi. Lingua che dà la cifra identitaria dell’autrice, anche se non è solo una questione di metrica, ma di anima. Ecco qualche breve esempio, in cui sciolgo in versi la prosa di Zena:

pag. 28
L’attacco del racconto Come fra muri, un endecasillabo e due settenari assonanti:
Era un’ora da uscire a malincuore.
Con quel sole a ombra breve:
esangue e senza piede.

pag. 63 ancora l’assonanza
Le bambine parevano arrivare da lontano,
dal tepore del letto e del fustagno
col sonno spiegazzato sulla faccia,
la treccia lasciata molle per la notte

pag. 65 tre endecasillabi
Era una scossa, fitta alle giunture,
quasi l’osso volesse proprio uscire
e pungesse la pelle di velina.

pag. 74 – quattro endecasillabi
Tante biciclette, poggiate ai pioppi,
e gente dappertutto, fin sull’argine,
come in un parlamento contadino
traversato dall’aria di boschina

pag. 75 l’uso dell’anafora
Per il fatto di avere il suo bambino.
E la scuola lì vicino.
E un paio di calze di ricambio
e un paio di pantaloni di panno.
Per il suo bambino.

pag. 79 ancora l’assonanza
Cancelli sprangati e scorta a pattugliare.
Braccianti e salariati a piedi, dappertutto:
di traverso per fossi e cavedagne,
col passo della rabbia e della fame.

La sintassi, l’uso della paratassi per dare ritmo e sonorità. La brevità del discorso, la concisione di stile, vera e propria brachilogia, insieme all’ellissi, che determina, qui, invece la cifra stilistica e di registro, fuori da ogni retorica, e che ricostruisce l’andamento della lingua parlata e del dialetto. Una scrittura che richiama in pittura il divisionismo di Seurat più che di Signac, piccoli tratti uno di fianco all’altro fino a delineare un affresco di vita.

pag. 30
Poi nella corte vide.
Era una macchia nera sotto la barchessa. Di sangue scuro e raggrumato. Vivo. Una macchia grande e silenziosa. Di respiro strano. Un groviglio di fessure verdi, a tratti.
Il padre apparve dietro, con occhi curiosi, come di sorpresa.
La vide muta e ferma, sulla bicicletta.
Indovinò lo sguardo e batté le mani: la macchia si sciolse in tanti gatti neri.
Anche la paura.
Sono selvatici, disse, allungandole un mestolo d’acqua del secchio.
L’acqua dei padri.
Come sa esser fresca.

pag. 84
L’uomo scese dal treno, col bambino per mano.
Andò dal capolega con la voce grossa e le braccia d’olmo.
Parlarono un poco.
I crumiri non vennero in campagna.
Quella volta lì.

pag. 35, l’uso della metafora, parole che si posano sulla porpora
gugliata di paesi

pag. 41
i pioppi, che erano le ciglia del canale

pag. 108
Dalla finestra del solaio nevicò l’inverno.
Fiocchi di tela grossa, impudichi nell’aria.
Tutta la biancheria di casa.

L’identificazione si completa nel lessico vegetale e animale, nell’onomastica e nelle scelte di registro, che si espandono e via via interagiscono nelle storie: se si prescinde dalle frasi in dialetto, troviamo, per esempio, integrati nella narrazione termini dialettali come piciacor, corach, magnapui, dolsa, andadora, tiradora, bugada, pito (per tacchino), bassora, oppure termini regionali o traslati come fumana, rancurare, bagolare, brolo, biolco, mastella, slanare, liscia per liscivia, strichetti, termini tecnici e rari come capitozzare, capriolare o gibigiana. Poi ci sono i neologismi a intrigare il lettore: parpagliona, pulciotto, cerroso, marcino, tosello, sfragolona, termine, questo, che piace certo a Zena perché ritorna un’altra volta, in un racconto rimasto nel blog, e che dà bene il senso del non restare amalgamato.
Nell’onomastica i nomi, anche quando non sono ‘strani’, non sono mai scontati; i nomi più consueti sono Elsa. Lina, Gemma, Alida, Argia, Livia, non c’è mai una Maria, poi via via sempre più sul ricercato, dai poco diffusi Palmina, Celesta, Nellj, Zoraide, si passa al diminutivo Nina, al germanico Ilda, alla tassesca Armida, agli adespoti Desolina, Esperia e Sefora, ai rari Zara, Jone, Desolina, Gilia, che ha perso una g o una u, Elge, forse per Egle o Elga, Mabilia, forse per Amabile, Ghelfa forse femminile dell’adespota maschile Guelfo, Stelina con la perdita di una l, “perché due son troppe per tutti”, dice la nostra nel racconto. Questo per il versante femminile.
Il versante maschile è meno vario, ci sono i soprannomi: Gi, Bigio, Bindo, Zanìn, diminutivi come Tano o Berto, poi Armando, Ernesto e nomi comunque rari come Nedo, nomi importanti come Nerone o Ulisse, per concludere con uno strano Volando e un vezzoso Ghelfo del carretto.
Un’onomastica che richiama spesso un contesto famigliare, autobiografico da grande storia di famiglia, che sfuma o emerge, dipende da dove fissiamo il punto di osservazione, come la ”fumana” che il Po regala e sfuma in cielo.
Interessante anche la copertura per quanto riguarda la flora e la fauna, fiori da giardino, piante da orto, vegetazione di fiume, frutti coltivati e selvatici, come abbiamo gli animali da allevamento e da cortile, il cane fedele da tartufo, e la varietà ittica d’acqua dolce. Il discorso porterebbe lontano, qui serve solo per accennare all’immersione di Zena Roncada nel suo mondo che continua idealmente e non si perde, come tanto spesso capita di osservare, nel nostro mondo frenetico, che sembra avere così poca premura per il futuro, bulimicamente attaccato al presente perché orfano del passato, anch’esso patologicamente dimenticato.

Un Pot-pourri linguistico, dove si mescolano e si sovrappongono lingua colta, lingua popolare e dialetto, sintassi e lessici di una che sa scrivere e giocare con le parole e se ti trovi davanti a due parole latine non ti spaventi, perché l’opus intextum non è solo l’abile accatastare ciocchi come fa il protagonista del racconto de L’uomo della legna, ma è l’ordito di questa raccolta di racconti che non si stacca, non vuole staccarsi nemmeno per un momento dalla conocchia dalla quale ha “succhiato” il filo.

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