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Edoardo Penoncini, Qui non si arriva di passaggio, Ferrara, musa pentagona, Ibiskos Ulivieri, Empoli 2012, pagg. 108.
Prefazione di Roberto Pazzi, quarta di copertina di Matteo Bianchi, fotografie di prima e quarta di copertina di Nicola Bisi

A volte gli eventi e le situazioni si chiamano e si legano senza che noi esercitiamo alcun diritto di prelazione: trovano autonomamente le strade per congiungersi.
Da diverso tempo sto lavorando sul rapporto fra il vivere e l’abitare, sul modo in cui si possa avvertire ed esprimere la forza dei luoghi, sul significato del ‘sentire i luoghi’ e sul come questi siano inseparabili dal tempo, secondo la lezione di Bachtin, per il quale il tempo, la storia, persino il destino, restano impigliati negli spazi, che ne rappresentano la figurazione. Poi Edoardo Penoncini mi manda un libro prezioso: Qui non si arriva di passaggio.
E allora diventa facile rendersi conto che la ricerca, il ragionare, anche in termini filosofici, attorno ai luoghi possono trovarsi già espressi in forma di poesia: in una raccolta che ronza, con uno sciame di voci, di fughe, di angoli, di astratte geometrie e di sanpietrini presenti e vivi, di marmi e di frammenti di sogno; in una raccolta in cui non si incontra soltanto la città di Ferrara, musa pentagona, ma anche il modo di sentirla, di leggerla, di scriverla con una prospettiva che poche volte si dà con una misura così armonica.
La Ferrara di Penoncini non è quella vista dal turista per caso, o dallo studioso che la indaga con uno sguardo mirato e ammirato, non è neppure quella del viaggiatore frettoloso che, appunto, fa sosta nel ‘durante’ di un itinerario.
È quella del vivere e dell’abitare lo stesso luogo, riflessa in due verbi che possono rappresentare i volti diversi di un diverso legame.
‘Abitare’ è voce che viene da lontano: certo, nel suo significato più in uso, indica la consuetudine di/in un luogo, lo stabilirsi in esso, ma anche, etimologicamente, un habere che si prolunga e ripete. Segnala una sorta di possesso che dura nel tempo e non si interrompe neppure con la distanza. Un possesso anche in chiave passiva: si può, infatti, essere abitati da un luogo, che penetra così profondamente nei pensieri, nei ricordi, nelle abitudini, da diventare un habitus mentale, una sorta di conformazione che addomestica lo sguardo del presente e la memoria del passato.
‘Vivere’, invece, ha la sfumatura della relazione in atto, del ‘fare l’uncinetto’ con l’esistenza, il lavoro, le cose, la quotidianità. Si può possedere interiormente e per sempre un luogo, ma vivere altrove e altrove mescolare la propria esistenza alla realtà.
Per questo ci sono poeti e scrittori che avvertono il fascino dei luoghi proprio nella separatezza che rende sarmentose le radici e dà mobilità all’esistenza, o in virtù dell’ostacolo che consente l’immaginazione dell’altrove.
Nella poesia di Penoncini, invece, vivere e abitare formano un tutt’uno, si fondono: nell’essere (e nel sentirsi) dentro la materia e nel parlarne con l’autorità di chi vede le cose dall’interno, vivendole, senza incartarle nella nostalgia della distanza.
È una Ferrara presente e viva in tutti i suoi tempi quella che Edoardo ci rimanda, con lo sguardo e l’atteggiamento non tanto dello scrittore sedentario, quanto del poeta stanziale, che non migra come le gru o gli storni, ma risiede stabilmente nello stesso luogo, possedendolo nelle sue variazioni, e battendolo a tappeto, piano piano, con un vagabondare quieto alla Robert Walser, nella sua passeggiata, a volte pensoso, a volte critico, a volte sorridente.
Per questo piace pensare alla presenza nella raccolta di un filo sottile di flânerie
Chi è il flâneur? Chi asseconda la seduzione dei luoghi e cammina nella città abitata, vissuta e sentita, dove il vecchio e il nuovo convivono, a volte si rispondono, a volte altercano; lo fa senza urgenza, senza un dovere preciso, senza un obbiettivo utilitario, sfogliandola strada dopo strada. La città, allora, per usare le parole di W. Benjamin, si apre al flâneur “come paesaggio e lo racchiude come stanza”, perché la stanza è il luogo che meglio si conosce, nei dettagli, negli angoli,persino nella polvere.
E se, come dice Giampaolo Nuvolati, “camminare in città è un atto di solitudine e di libertà che rifiuta la velocità e i percorsi imposti”, quello di Edoardo Penoncini è un atto sia di solitudine affollata che non nega né il contatto né la vicinanza, sia di libertà rispettosa dei tempi e dei modi della città e della sua gente.
È con questo atteggiamento che si diventa lettori capaci di accogliere una complessità sempre da scoprire perché

la città è ancora lì
con la triplice piazza
il mercato del lunedì
pagine ansiose di nuove parole

È con questo atteggiamento che si diventa interpreti e nello stesso tempo ‘latori di stratificazioni di senso’, lettori donanti che nei luoghi riescono a ritrovare i sentimenti privati, di cui essi sono stati moventi o contenitori, gli eventi trattenuti in un arco o in una fuga di pilastri, i segni capaci di suggerire individualità e coralità, insieme: quelli della storia, dell’arte, delle persone, delle feste, delle stagioni.
Il muoversi nella città, il perdersi nei segni ombrosi, memoranti diventa, insomma un dispositivo poetico e, insieme, attitudine alla conoscenza, una conoscenza che si fa col passo non accelerato della corsa ma del movimento lento, perché la città non è un possesso personale, anche se

ci sono giorni in cui la città
sembra esistere solo per te
gli scuri restano chiusi
le venature del cotto
si fanno più scure e tu scruti
quei segni come una direzione
”.

La città è un quid da restituire, in primo luogo come intero, in cui riconoscere il reticolo delle traiettorie, dei piani, delle linee, perché Ferrara è ordine di piani e prospettive, e la geometria pentagona, trionfo di vie concentriche e trapezi, perché qui “ogni cosa ha un centro”. Ne va riconsegnato, soprattutto, il centro vitale, un contenuto così vivo e pulsante, che i segni attributivi, intervenuti a connotare globalmente la città e i suoi aspetti, sono spesso affidati a participi presenti:
errante – volante o a volo radente – vociante – memorante – baluginante –ansante – ciottolante – parlottante – sorridente – altrove turbinante.
E Ferrara è un quid da restituire anche per unità discrete, perché ogni angolo, ogni nome, ogni scorcio ha una dimensione di autosufficiente significazione.
Per questo il modo con cui Edoardo racconta e descrive la sua città, nelle due grandi sezioni che compongono la raccolta (Musa pentagona e Luoghi della città), fa pensare ad una melagrana.
I versi disegnano, nella prima parte, una forma globosa e complessiva, che già di per sé è saporosa: Ferrara è vista dall’esterno delle mura, con uno sguardo che la raccoglie e la comprende, ovvero la abbraccia; poi, nella seconda parte, i versi la sgranano, la città, chicco dopo chicco, mantenendo la promessa agrodolce dell’insieme, così non sapremo mai se la bellezza è regalo principio ispiratore dell’unità o è la risultante della somma dei suoi grani, tutti diversi. Certo è che ogni grano moltiplica Ferrara e la rifrange nel gioco delle sue età e delle sue atmosfere.
E ogni grano-luogo sigla un incontro.
Si entra a Palazzo Paradiso per trovare la compagnia del tempo, in Piazza Duomo per incontrare l’ombra mentre si scioglie la vita del giorno, in via degli Angeli per fare conoscenza del silenzio di metafisiche geometrie, mentre al Quadrivio l’incontro è con l’intreccio fra pioggia e meraviglia, sotto le luci che transitano il loro tremolio sulle cose. Al portale di Palazzo Schifanoia è un grumo di luce ad essere snidato, mentre castello san Michele fa incappare in una solitudine da nebbia, via dei Giardini predispone la stessa fiaba che incantò Delfini, e San Giuliano sa prestare una dolcevolezza simile alle peripezie in tondo dei rondoni.
Intanto nelle tombe monumentali in Certosa, le storie attendono di essere risvegliate….
Riga per riga Edoardo Penoncini sgrana la sua melagrana, lasciandone intatto il mistero, il lato segreto, il velo appeso ai suoi aspetti sognanti, perché le ombre vanno rispettate.
L’ignoto è la promessa di domani e forse della poesia.

Zena Roncada

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