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La regina di Ica (Il Ponte del Sale, Rovigo 2012) è l’ultima (pluripremiata) raccolta di Daniela Raimondi. Leggendola lasciavo chiose di pagina in pagina che riassumo per non affaticare il lettore, se mai passerà.
Ica
La cifra stilistica della poesia di Daniela Raimondi sta nel senso di appartenenza e di condivisione dell’universo femminile, nella carnalità del dolore che esprime con una pregnanza e una crudezza di forte impatto emotivo (penso in particolare a L’operazione, pagg. 69-72). La donna sta al centro della sua poesia, la donna di ieri, come quella di oggi, con la dolorosa gioia della maternità (Inanna, dea sumera della fertilità, è il titolo della seconda raccolta poetica della Raimondi), la donna che si consuma fino al suicidio, che sia quello della Plath o del figlio Nicholas, di Alfonsina Storni o di Assia Wevill.
La regina di Ica, vincitore dell’edizione 2013 del Premio Mario Luzi, rappresenta il frutto maturo della poesia di Daniela Raimondi con una continuità tematica che fa di Daniela una delle voci poetiche al femminile, e non solo, più alte della poesia italiana; certo è forte l’impatto con il mondo poetico anglosassone e sudamericano, ma quello che colpisce è la varietà del timbro nello sviscerare il mondo della liquidità e carnalità femminile, parole pregnanti che corrono e ricorrono nei versi della poeta e ti prendono, e ti rimandano a tutta la sua opera: per esempio il tempo della gravidanza, il miracolo della nascita, il corpo della moglie che “depone bambini grassi sulle rive dei fiumi”, mentre l’amante “partorisce piccoli gnomi di pietra” e ogni volta che ama ”impasta una nuova morte”, “appesa a un gancio del retrobottega” in attesa del suo fauno. Un’immagine quest’ultima che rovescia i ruoli della moglie e dell’amante nella poesia Il piede della raccolta Inanna del 2006: l’amante “è il fiume in piena”, la moglie “il piede freddo e secco.
La gravidanza è una costante nella poetica raimondiana, in Estuari (Inanna) il ventre si arrende “al tuo peso, al tuo incedere violento che scende ad ogni spinta, che si fa strada aprendomi la carne.”; in Entierro (2009): “Il sangue aperto / e il figlio che preme / il figlio che pesa …”; qui, invece, è il Sopravvissuto, il figlio “una bolla di liquido vivo, poche cellule / senza nervi o memoria.”
Ne La regina di Ica ogni dolore è superato con una sorta di resurrezione, resurrezione dopo la malattia, resurrezione attraverso la gravidanza, resurrezione attraverso la poesia che dona luce e i “suoni tranquilli del mattino”. Una resurrezione che matura attraverso le raccolte: in Ellissi, raccolta di esordio del 2005: “Non ho un destino sul palmo della mano”, ne La regina di Ica l’incertezza trova corpo nella consapevole dichiarazione: “Non ho nessuna vocazione per la morte”, e nell’affidarsi alla benevolenza divina: “Dio, regalami una morte bella”, “Lasciami legata al mondo” perché la propria croce Raimondi l’ha salita palmo a palmo per ridiscenderla e camminare sulla terra.

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