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Poco avvincente la richiesta di una Commissione d’inchiesta sui libri di storia. Poco interessante il dibattito che subito si è aperto tra le fila dei partiti. Curioso, invece, che si punti il dito anche sui libri pubblicati dalla stessa Mondadori, settore Education. Molto interessante, per ora, il non intervento degli storici, perché qui sta il punto: cosa significa per l’onorevole Gabriella Carlucci «imparzialità dei libri scolastici»? Cosa significa per il Ministro Maria Stella Gelmini che nei libri scolastici non deve entrare «la politica ma una visione oggettiva dei fatti e degli eventi storici»? Qui si entra nel campo degli addetti ai lavori e, se fino ad ora, gli storici non sono intervenuti (eccettuati coloro che sono stati chiamati in causa, vedi Franco Della Peruta), probabilmente è perché il confronto non sarebbe alla pari, come confrontarsi sulla genetica ignorando le cellule. Per fortuna la fantasia da un lato, il timore dall’altro aiutano a comprendere qualcosa intorno a questa nuova “trovata” (per favore non chiamatela crociata, lotta, battaglia, sono termini che hanno una loro dignità … certe cose si commentano da sé, se non fosse per il fatto che la storia è un po’ un oscuro oggetto del desiderio per politici, giornalisti, conduttori televisivi che hanno soppiantato gli storici nella comunicazione storica al “volgo sciocco”) e fantasia e timore nascono dalle parole dell’onorevole Emerenzio Barbieri, capogruppo PdL in Commissione Cultura: «… verificare quali siano i testi faziosi, dare loro il tempo di adeguarsi prima di ritirarli dal mercato.» Accipicchia! Questo è il colpo d’ala che da un lato alimenta fantasie eroiche, dall’altro mette in agitazione e produce timore, apprensione: ritirare i libri dal mercato! Scuola pubblica con libri di stato, unici, uguali per tutti in tutto lo stivale per quanto grande sia. Ciliegina sulla torta!
Da qui si potrebbe partire per parlare di democrazia, libertà di pensiero, opinione, ma a me francamente non importa, non perché non sia importante, ma perché lasciare languire la discussione su questi punti significherebbe semplicemente dare voce e amplificare le intenzioni reali dei 19 parlamentari capeggiati dalla Carlucci.
A mio modo di vedere il punto non sta qui, ma nel senso concreto del fare storia, in quella che potrebbe con tanta presunzione essere chiamata “verità storica”. Solo la verità è imparziale, solo la verità è oggettiva, ma la storia persegue la verità, l’oggettività? Quanto di storia vi è nella cronaca? Non voglio, però, nemmeno ridurre il tutto alla discussione storia/cronaca, sarebbe anche questo un canale deviante. Nessuna ricostruzione storica è oggettiva e imparziale, per il fatto stesso che non è definitiva. È stancante, ma sempre utile citare Marc Bloch: «La storia ha ancora tutto il fascino di un’indagine incompiuta». Ciò che si chiede allo storico è la correttezza dell’indagine, ma allo storico non si può chiedere di rinunciare al punto di vista, all’interpretazione. Vogliamo una provocazione? La bonifica dell’Agro pontino tra la fine degli anni ’20 e il 1937 sarà valutata con parole di approvazione dallo storico che si interessa di lavoro e occupazione, se si pensa che in questo periodo furono utilizzate 18.548.000 giornate lavorative e quest’opera non sarà messa in discussione dallo storico che, studiando le leggi razziali del 1938, darà del fascismo un giudizio molto negativo. Ma l’uno e l’altro caso non saranno sufficienti a dare un giudizio complessivo del ventennio in Italia, sul quale peseranno altri gravissimi eventi e provvedimenti. Lo storico mette in campo la genuinità delle sue operazioni, che si fondano sull’uso delle fonti, sull’analisi storiografica, ma mette in campo anche se stesso, se è vero che ogni storia è storia contemporanea, come sosteneva Croce, e che ogni momento storico trasferisce nell’indagine storica le ansie, le preoccupazioni, le cogenze del proprio tempo.
Fare oggi storia di genere, per esempio, non si può prescindere dalle nuove tendenze sulla storia delle ricostruita dalle storiche. E si vorrà riconoscere che il punto di vista in questo senso si è modificato negli ultimi anni? E non si vorrà chiedere alla storica di annullare il proprio punto di vista nello studiare la storia della donna in una società maschilista. Certo, dovrà ricercare altre fonti e altri metodi d’indagine, ma per questo dovremmo negare presenza nel libri di testo, domani, al ruolo della donna nell’età del berlusconismo? Qualcuno potrebbe protestare la parzialità di un simile approccio, ma perché privarsene? E in nome di chi e di che cosa si predicherebbe parzialità e imparzialità?
Riguardo l’estraneità della politica dai libri di testo e della loro oggettività cui fa riferimento Maria Stella Gelmini, vien da chiedermi se il Ministro della Pubblica Istruzione non ritenga la scuola e i libri scolastici oggetti politici o forse si scambia il valore di politica (arte di governare gli stati) con la più brutale (nel caso italiano) e avulsa idea di parte (partito, fazione)? Nel primo caso la scuola e i libri sono politica, sono strettamente connessi alla natura dello stato democratico, moderno, nel secondo caso il partito è la negazione stessa (in Italia) dello stato democratico, (provocatoriamente) molto più vicino ad una oligarchia in cui i “politici”, nonostante i proclami, non rispondono più al popolo.
Va da sé che dopo la “sparata” di Storace di dieci anni fa, non si sente oggi l’esigenza di un ministero che vegli sulla cultura storica, meglio sarebbe contribuire a ricostruire una coscienza nazionale partendo dagli eventi fondanti della nostra nazione!
Un discorso a parte meriterebbe anche l’analisi di eventi e fatti, tirati in ballo dalla Gelmini, ma si aprirebbe una finestra ulteriore, magari accadrà in un prossimo post.

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