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Lunedì, 4 aprile 2011. Francesco Alberoni sul Corriere della Sera, pag. 1, rubrica Pubblico & Privato: La lezione dimenticata dell’impero romano.
Alberoni affronta il tema dei migranti, partendo da un’affermazione sulla quale si può discutere: «Il periodo che stiamo vivendo in Europa assomiglia all’ultima fase dell’impero romano quando c’era un’economia stagnante, un esercito costosissimo e diminuiva la popolazione. Il vuoto che si è creato è stato riempito dalle popolazioni germaniche che prima si sono infiltrate pacificamente, poi sono state reclutate nelle legioni e, infine, hanno invaso l’impero con le armi.»
Per prima cosa mi viene da riflettere sul concetto di somiglianza, ma ciò che non mi convince è il raffronto tra situazioni così lontane nel tempo e, diciamocelo, così diverse. Il processo cui si riferisce Alberoni (pacifiche infiltrazioni, reclutamento, invasioni) si estende su tempi lunghi. Gli scontri iniziarono presto alle frontiere, ma fu il terzo secolo che mise in evidenza le diverse tribù germaniche con le loro razzie e i saccheggi, gli insediamenti al momento non toccavano le intenzioni di quelle popolazioni, come sarebbe avvenuto invece con l’avvento degli Unni, che produssero spostamenti di genti alla ricerca di nuovi spazi; ma si parla di numeri ridotti e, soprattutto, per esempio quando nel III i Franchi furono accolti entro le frontiere, trovarono i territori della Gallia erano in gran parte spopolati. Questo mi sembra l’elemento che stabilisce un forte discrimine tra il passato e il presente: allora a fronte di un’invasione, pacifica o violenta che fosse, i nuovi arrivati trovavano immense distese pochissimo popolate.
Alla fine del IV secolo, la parte occidentale dell’impero romano si estendeva su una superficie di oltre 2,5 milioni di kmq, per una popolazione che poteva essere di 30 milioni di persone e nel corso del V secolo sarebbe sensibilmente diminuita. Quando gli Ostrogoti si insediarono in Italia e assunsero il potere non erano più di 250.000 tutto compreso (donne e bambini); lo stesso fu per i Longobardi, nel VI secolo, che non superavano le 150.000 unità.
L’altro elemento da considerare è l’economia. Se alla fine dell’impero romano l’economia si basava prevalentemente sull’agricoltura e la globalizzazione era di là da venire, per cui chi si fosse insediato in una determinata area geografica all’interno delle frontiere avrebbe provveduto ad occupare terre, magari incolte, da dissodare e coltivare. L’arrivo di nuove genti non rappresentava un problema di collocazione lavorativa e, ovviamente, la lingua lo era ancora meno. Riporto i dati occupazionali in Italia dalla fine dell’Ottocento al 2007 e chi vorrà potrà fare le proprie considerazioni con l’economia e l’uso della mano d’opera nel Basso Impero. Per il 2007 riporto tra parentesi anche i dati UE prima dell’entrata di Bulgaria e Romania.
Fine ‘800: primario 58%; secondario 22%; terziario 20%           
1990: primario 8,9%; secondario 32,13%; terziario 58,97%           
2007: primario 4% (4,5); secondario 30,2 (27,2); terziario 65,9 (67,8)
Oggi, Alberoni afferma che i migranti, e qui sposta il punto di vista, incontrano maggiori difficoltà ad integrarsi rispetto agli europei che migravano in passato negli USA, perché il fatto di arrivare in un paese dove si professava la loro stessa religione, si parlava un’unica lingua ed era diffuso un fortissimo senso patriottico agevolava l’integrazione, e su questo non si può far altro che concordare. Però la lezione dell’impero romano non è più il vero elemento di riferimento, il confronto viene fatto con l’emigrazione europea negli USA.
Quale la morale? Ancora una volta si fa ricorso al passato, creando confusione e sconvolgendo i tempi.


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