Tag

,

Il mio blog è tutto tranne che una testata giornalistica, ma soprattutto non viene aggiornato con regolarità, aggiornare poi è una parola grossa se si guarda la data dell’ultimo post. Inizialmente non pensavo che mi sarei disamorato così presto a questo strumento di comunicazione. Evidentemente non è una mia priorità postare, fa parte della mia incostanza, peggio ancora non rientra nelle mie abitudini lasciare commenti qui e là per gentile contraccambio. È però vero che ogni tanto mi soffermo presso qualche blog amico, ma non commento, lascio un’impressione, un segno d’affetto. Credo che nel giro dei blogger, molti riescano a costruire con i loro passaggi una rete di affetti, altri, invece, delle scie di effetti, altri un segno di presenza e una catena di contatti più o meno formali. Io non riesco ad essere niente di tutto questo: presente con costanza, ad avere quella bella forma che dice l’incantamento per un verso o un brano di prosa, nemmeno ho quella volontà di dirmi sempre e di rispondere sempre ad un tacito appello.
Ho certamente la convinzione che la rete possieda un grande potenziale al quale non corrisponde, forse, uguale desiderio di mettersi in gioco; troppe presenze fru fru mi viene da dire, certo non voglio pensare a una rete militante, parola debordante che ha già fatto il suo tempo, ma una rete che compensi, non risacca consolatoria, ma vera compensazione al tanto svaporare di altri mezzi comunicativi.
Oggi non si scrivono più lettere, non ci saranno più epistolari, non dico d’amore (per esempio le lettere tra Sibilla Aleramo e Campana o Quasimodo, l’epistolario tra Eloisa e Abelardo), ma provate anche solo a pensare alle lettere tra Giorgio Caproni e Mario Luzi. Oggi si demanda tutto alla mail che non sempre si conserva e comunque prima o poi per sbadataggine o capriccio del computer è destinata a scomparire.
Un po’ come tante cose che hanno fatto storia, memoria di uno e di tutti, ma queste senza che si verificassero problemi di hardware, solo e semplicemente una grave sbadataggine, non di uno o di qualcuno, ma di tutti noi.
Volavo l’altra sera dai miei pensieri alle parole che ascoltavo durante la presentazione di un libro (per la cronaca: Zena Roncada presentava Bastardo posto di Remo Bassini, Sermide 18-02-2011). Si parlava di futuro, di speranza, e se si parla di speranza e di futuro non si può non pensare ai giovani; ho sentito dire che sono tutti uguali, privi di ideali, di speranze. Io non so se sia vero, non ho un osservatorio così vasto da confermare o smentire, però ho sentito l’esigenza di scrivere queste il mattino successivo queste parole: «Quando si arriva a guardare al futuro e a coltivare speranze, beh, io amo coltivarne tante nel mio orto, come ne vedo fiorire anche negli orti degli altri, ma mi sembrano tanti orticelli chiusi, tante piccole isole sempre in pericolo di essere sommerse, vedo forze/interessi troppo più grandi che lasciano sì germogliare speranze, ma le bloccano lì … Comunque, “va ben li stess”.» Chiudevo così una mail – e dài – a “una” blogger/presentatrice di immenso talento, le esternavo così il mio pessimismo alle soglie della pensione e qui aggiungo, dopo avere pure firmato il “Manifesto della lingua”, cosa resterà del nostro bel paese (non questo paese, come sempre più spesso dicono i nostri politici/governanti, quasi fossero un corpo estraneo ad esso) e di quel “sì” che suona nelle sue contrade? Non vorrei essere il passero giunto al fin della sua vita e sconsolato dovermi volgere indietro, ma indietro quanto?
Forse è ora di tornare a “volare nella rete” per rinfrancare la speranza.
 

Annunci