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In anni lontani, attraverso una novella di Pirandello (non chiedetemi quale, non lo ricordo più, stavo preparando l’esame di Lingua e letteratura italiana 1 e il corso monografico era sulle novelle … sono trascorsi quasi quarant’anni … tempus fugit), venni a conoscenza di un detto, che mi colpì molto e che ho sempre ricordato a chi lascia che il gioco diventi una sorta di vizio. «Non mi cruccio perché mio figlio perde al gioco, mi cruccio perché vuol rifarsi giocando ancora». A quell’età mia di sacrificio e studio e alla novella di Pirandello ritorno ogni tanto leggendo e rileggendo gli “insulti” alla bella lingua dove il “sì suona”.

Da qualche tempo ho preso a puntare l’attenzione sui giovani e sulla loro capacità di comprendere i messaggi. Oddio, tutti comprendono perfettamente il linguaggio dell’omogeneizzazione, ma chi se ne frega, se il più delle volte altro non è che uno slang di casa nostra. Così ho provato anche a dare un’occhiata a quel che si muove nella scuola – ci vivo, non ho fatto molta fatica – dalle alte sfere ministeriali, ai dirigenti, ai docenti, agli allievi e, gli ultimi, ovviamente, tutto sanno già anche loro, perché oggi sembra che si riesca ad imparare solo giocando, che le cose tutt’al più si possan fare per consuetudine e non per bisogno.

Mi soffermo a leggere, qualche volta assalito da dubbi atroci, scientifico o scentifico, approfitto o aprofitto, po’ o pò, a scuola o in rete trovo scritto indifferentemente la versione giusta o quella sbagliata, anche all’interno dello stesso testo. Poi mi dico che la lingua più è parlata più si semplifica e prendo quasi per buono il nuovo corso delle sigle da sms, dell’italiano da chat o da forum, da GdR, ma subito mi fermo e rifletto. Cosa scrivono? Cosa leggono? Cosa comprendono? Sono in grado di decodificare ciò che leggono? Provo a stendere un breve elenco, non di castronerie lessico-sintattiche per un futuro successo editoriale, come se di successo editoriale in successo editoriale ci fosse da meravigliarsi, sia un maestro d’Orta o uno stupidario della maturità.

Purtroppo non è solo un problema di scuola, anzi no, la scuola non c’entra proprio. La lingua italiana non è più insegnabile! Ma torniamo all’elenco.

I giovani non conoscono funzioni linguistiche, connettivi, non sanno estrapolare, ignorano il significato primario di alcune espressioni normalissime. Per esempio, in terza media un’espressione come “mosse guerra all’Austria” mette in seria difficoltà perché non conoscono il valore della preposizione “a” associata ad un verbo di moto; non percepiscono il valore avversativo di un “ma” o di un “però” (cosa significa “avversativo”? si sente dal fondo della classe); ignorano la contemporaneità in frasi del tipo “studio mangiando”, figuriamoci in un testo poetico, oppure non associano alle parole concetti che sono in qualche modo impliciti. Per esempio alla parola martello non associano il concetto di percussione. In un testo breve perdono il filo logico della proposizione principale se vi sono informazioni accessorie o peggio se è spezzata da un’incidentale. Vietato poi usare una metafora, sarebbe il buio a mezzogiorno, ma nemmeno l’espressione semplice semplice “affidare l’incarico a …” lascia tranquilli, perché si perdono, la comprensione del testo resta ai margini, è un inestricabile ordito, dove i pronomi sono parti fuori campo, vengono frequentemente riferiti a parole sbagliate, i prefissi son radici, i suffissi non modificano, il nome primitivo spesso non è individuato.

E cosa fa la stragrande maggioranza delle antologie nella proposta di esercizi per la comprensione del testo (sì, proposta di esercizi perché gli insegnanti non li preparano, gli esercizi!)? Tre quattro domande a risposta multipla, che il più delle volte sono “vero o falso” rinforzato,  poiché sono previste tre possibilità di risposta. Esempio: Cenerentola ha perso, un guanto, una scarpa, un pettine? Cenerentola doveva abbandonare il ballo entro le 22, 23, 24 … Ovvio che così la comprensione resta sul piano della denotazione, sfugge la connotazione, non si addestra agli atti linguistici “indiretti”. 

E la capacità di definire? Si provi a chiedere cos’è un banco, un tavolo, un’automobile … risponderanno circa la funzione dell’oggetto, ma non sapranno dire cos’è un tavolo, un banco o un’automobile. Le difficoltà di definizione non sono solo su un oggetto, ma anche su una normale definizione “nozionistica”: cos’è il verbo? Definisci il teorema di Pitagora …

La scuola dovrebbe insegnare queste cose, mi dicono. E come? rispondo io. Imparare giocando, sempre giocando. “Sa tante cose, professore, sa, proprio tante. Ha visto che bella ricerca ha fatto la settimana scorsa?” “Sì, signora, ho visto, ho visto anche che alla fine di ogni pagina era riportato l’autore: Microsoft Encarta 2006.” (Dialogo non fantascientifico con una mamma di un ragazzino di terza media.)

Questi sono alcuni genitori, molto spesso genitori del figlio narciso, al quale nulla fanno mancare se non la loro presenza, l’attenzione alla crescita (su questi temi vedere Pietropolli Charmet), ma i genitori sono le figure del microcosmo, del nido, e il resto, il contesto? Televisione, videogiochi, internet … la lingua dei politici, la lingua dei giornalisti, i modelli della comunicazione televisiva sempre urlata, irridente … cosa può fare la scuola, la scuola vecchia, con insegnanti alla soglia della pensione, allo sbando, in parte responsabili del loro naufragio, in parte mandati al macello: che fare? Una scuola che manca di autorevolezza, una scuola alla quale è stata tolta autorevolezza, una scuola che si guarda allo specchio e non sa leggersi, una scuola che naviga a vista, ma è miope nelle linee guida, non ha indicazioni perché ne ha troppe. Una scuola che si piange addosso, ma è lasciata a se stessa. Quali strumenti? Una scuola vinta dai tempi, dall’accelerazione, che non sa leggere il proprio tempo, come può attrezzare per il futuro?

La lingua, ahimè, sconsolata considerazione, la lingua violata, offesa, umiliata, vilipesa, la lingua, forse, è il minore dei mali.

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