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I miei allievi m’inseguono, sono alla spasmodica ricerca del mio msn, sembra che a loro non basti l’indirizzo di posta elettronica del mio sito; loro giocano nei forum, nel myspace, forse sono già approdati a facebook, sono in continua corsa e rincorsa, quasi a tallonarmi, sanno che mi muovo nella rete, pensano lo faccia come loro, invece la rete è la coda delle mie letture, il passatempo in alternativa ad un gioco, il dopo di una bella passeggiata o di una corsa in bicicletta. M’inseguono, mi è sembrata una sfida e ho preso ad inseguirli pure io, senza raggiungerli, senza scoprire il loro Gioco di ruolo (Una veloce informazione sui Giochi di ruolo, GdR, in Wikipedia, s.v.).
Sono entrato in alcuni, poi mi sono fermato su uno (non dirò quale), forse il più giocato, ma la parola giocato è eccessiva; ci sono delle regole puntualmente trasgredite, un’ambientazione fantasy vagamente medievale, con simil-ispirazione a Tolkien, più visto che letto, si cacciano tacchini (mai pavoni), si beve cioccolato (mai una “tisana” preparata con orzo, uva passa, prugne), s’ingolla rhum (non sidro o idromele), si vendono mobili di perfetta falegnameria nostrana, si usa un lessico non di rado romanesco, a volte con inflessioni meneghine, e si spendono “verbia” e “loquir” con gli occhi fissi “ai di lei” “ai di lui”. In questo gioco sono entrato, ho provato a capire, ho conosciuto pg (profilo del giocatore) giovani, certamente ragazzi/e, uno mi chiede di fargli i problemi di matematica, l’altra l’ho aiutata nella tesina di maturità sui sistemi elettorali nella storia d’Italia, l’altra s’appassiona alla mia scrittura. Ho conosciuto altri pg decisamente maturi, una mi chiede di entrare nella sua gilda, manifesta una preoccupante schizofrenia, una mi dice di vivere per la gilda, in una gilda mi chiede di entrare pure quello dei problemi di matematica, oddio, arrivano piccioni (mail interne), altre gilde che mi richiedono di entrare; conosco altri pg, splendidi burattinai alle spalle, pg che sanno giocare, altri che sanno parlare, condividere e si finisce per parlare di poesia e di storia, si finisce per estraniarsi dal gioco di ruolo: belle conoscenze, un modo come un altro per conoscere persone, ma il gioco non è più gioco, diventa una sorta di chat.
Intanto continuo a girare, trovo il pg e il burattinaio (colui che fa agire il giocatore nel GdR) apparentemente giovane, ma non troppo, faccio una veloce conoscenza e alla fine scrivo questo post.
Il giovane amico mi cita Socrate (e stranamente non conosce Platone), mi fa osservare con una punta di ingenua (forse questo riesce a salvarlo) fierezza che nel suo pg scrive: io so di non sapere. Come citazione qualunque liceale, e non solo, tenderebbe a snobbarla, non per la sua intrinseca verità socratica (una volta L’apologia di Socrate era una delle poche letture che si facevano, rigorosamente consigliate dal prof. di filosofia che a sua volta altro non era che un prof. di storia della filosofia con molti saggi alle spalle e poche opere davanti), ma perché svuotata del suo valore come vuoto appare il ripetuto coccodè dei polli chiusi negli angusti spazi degli odierni allevamenti.
Naturalmente mi sposto a visionare il pg: nulla di originale, stupisce soltanto che spesso non siano lasciati gli spazi tra virgola e parola successiva, ma stupisce pure che po’ sia scritto con l’accento, male comune agli avventori del GdR in questione e dei tanti forum sparsi nella rete, dove sa fa va … sono rigorosamente accentati, dove le doppie sono un’opzione, dove “socievole” e “coscienza” (scritte senza la i) nulla sembrano avere di disdicevole per i rspettivi burattinai, dove le citazioni latine sono copiate da altri senza conoscerne il significato e che citazioni …
Tra parentesi: incrociando un pg con il motto: si vis pax para bellum, mi sembrò opportuno segnalare che pax doveva essere trasformato in pacem. Mi rispose l’interessato con una forbita disquisizione grammaticale: pacem è accusativo, quindi ho scritto giusto pax. Con la pazienza del buon docente ho fatto l’analisi logica della frase in italiano e l’ho portato a tradurre in latino … alla fine si è convinto, ignorava il soggetto sottinteso! Fine parentesi.
Di stupore in stupore: sempre nel pg, alla professione leggo: “… poeta dilettante …”; tra i passatempi vi è quello dello scriver poesie. Incuriosito, anche se il termine dilettante mi sembra inteso in senso assai generico e non come participio presente del verbo dilettare, seguo le sue tracce e approdo alla bacheca, dove molti burattinai depositano poesie e pensieri del cuore e, in altro luogo del gioco, ad una sezione dedicata alle poesie dei giocatori (alcune, bisogna dire molto belle, altre di maniera, scopiazzate, altre avrebbero meritato “peggior” sorte, altre sembrano più un caso di studio non so se medico o di recupero socio-scolastico). Bene, trovo del nostro poeta un lungo elenco di “poesie” e qui il virgolettato è decisamente d’obbligo, ma non entro nel merito, resto alla superficie e mi chiedo: ma come è possibile che in una sezione dove si depositano scritti, vagliati, con tutto il tempo possibile per revisionarli, compaiano errori che meriterebbero di essere annoverati tra i reati da codice penale? Errori fatti da un “poeta”, ahimé senza licenza, ma con potere di scegliere pure i testi che gli altri propongono. Forse è troppo anche come gioco!
Piccola teca: “a” preposizione con l’h, “un” maschile apostrofato e di contro “un amica” senza apostrofo, turbinìo che diventa sdrucciolo, orrore! deve rimare con oblìo, sintassi impropria diffusa, concordanze saltate nel genere e nel numero, consecutio da brivido, mai un accento acuto su perché, affinché, improbabili “falene saltellanti”, a dire non so quale figura retorica, per non infierire sul sonetto a sei quartine (sic!), dove ingiurie dovrebbe rimare con fantasie, un curioso schema di rima abba-cefc-ghhg-illi-mnno-pqqr, versi di varia lunghezza, solo tre endecasillabi, ma non manca un verso di 12 e uno di 14 sillabe, il tutto con gli accenti che non quadrano. Ho detto piccola teca e mi fermo qui.
Chi volesse indagare, indaghi, scopra i giochi di ruolo nella rete, sono effimere fughe dal reale dove si nascondono le mille facce e la povertà della lingua si erige a sistema, l’inconsistenza della conoscenza storica ne è degna compagna di viaggio, pur con le non rare eccezioni per capacità di gioco, cultura, equilibrio, uso della lingua.
Morale: è ancora responsabilità della scuola l’uso della lingua? Io, feroce sostenitore delle colpe della scuola, taccio, ma poi aggiungo: quali sono i bisogni dei ragazzi oggi? Cerco risposte, qualcuna proverò a dare nel prossimo post: Giovani, lingua e … quant’altro, ovvero tutto quanto fa scuola.
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