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Ai nostri giovani manca il senso della memoria in virtù del forte appiattimento che vivono del proprio presente e della proiezione dei valori sull’immediato soddisfacimento dei bisogni. Tesi antipatica e forse non generalizzabile, ma facilmente sostenibile quando ci addentriamo nelle celebrazioni di eventi determinanti del nostro passato.
Oggi, 01-06-2008, Renato Mannheimer (Italiani e ricorrenza del 2 giugno. Un terzo non sa perché si festeggia, Corriere della Sera, pag. 11) commenta gli esiti di un sondaggio sul senso di appartenenza. Il 45% degli italiani, dichiara, privilegia la propria identità italiana. Il 29% è “all’oscuro di cosa sia successo il 2 giugno e a quale anno di preciso si riferisca”. Colpisce poi che fra i meno consapevoli di questa ricorrenza, “oltre che una prevedibile maggiore diffusione di persone con basso titolo di studio e spesso disinteressate a qualsiasi tematica politica e sociale”, si registra “la presenza di numerosissimi giovani al di sotto dei 24 anni specie residenti al sud, tra i quali vi sono dunque molti studenti che ignorano il motivo del giorno di sospensione delle loro attività scolastiche.” (Domanda: ma se il 2 giugno è festa nazionale, tutti, o quasi, sospendono la loro attività, perché fermarsi solo sui giovani? Domanda retorica, ovviamente, perché è facile affermare che ai giovani è demandato il compito di tenere vivo il filo che lega presente e passato. Anche quando questo filo è stato rotto da lunga pezza? Domanda provocatoria.).
Continua Mannheimer: “Un altro segnale, forse, della sempre minor conoscenza della nostra storia tra le nuove generazioni. Il che potrebbe suggerire agli insegnanti di dedicare qualche minuto per spiegare il senso e l’attualità della ricorrenza.”
Un dato, incontrovertibile, che la statistica conferma ciò che è facilmente percepibile, quello che lascia un po’ stupiti è la considerazione a corollario che, sia pure con il beneficio del dubbio (”Un altro segnale, forse …), i giovani non conoscono la storia perché gli insegnanti in qualche modo non la “spiegano”.
Bene, forse sarebbe il caso di entrare nel merito: nella scuola secondaria di primo grado, Mannheimer e tutti gli altri commentatori sanno a quanto ammonta il numero di ore dedicato alla storia ogni anno? E quello alla educazione civica, ora convivenza civile? La seconda non ha ore, ma forse basterebbe l’esempio di docenti, dirigenti scolastici e Parlamento italiano, Parlamenti regionali, Consigli provinciali, regionali … per insegnare a convivere civilmente. Per la storia, invece, il monte ore annuale (virtuale, non reale, poiché elezioni di qualunque tipo, interventi interni ed esterni vari dai quali non si può prescindere – dicono i Dirigenti scolastici su direttive ministeriali o Uffici scolastici regional-provinciali -, prove antincendio, ecc. riducono notevolmente l’attività didattica) è di 60 ore, che a settimana corrispondono – grande trovata della riforma Moratti – a 1 ora e 49’ (peggio va Geografia, che scende a 1 ora e 30’ a settimana).
Decisamente non ci siamo. Se poi aggiungiamo il contesto sociale il tutto diventa molto più chiaro, ma sono considerazioni già fatte negli altri contributi di questa sezione.
Torniamo alle date e alle ricorrenze.
In passato, penso alla mia generazione, momenti di storia patria venivano celebrati con la partecipazione di tutti, bambini e adulti, innestando in tal modo il senso di qualcosa che era così lontano nel tempo (e che di volta in volta ci dava il senso della nostra italianità), oggi questi momenti vivono una forma di clandestinità.
Proviamo a considerare il valore di alcune date, di là da ogni polemica revisionistica o antirevisionista, 4 novembre, 25 aprile, 2 giugno. La seconda negli ultimi anni oggetto di polemiche, in certo modo ha più diviso che unito. Se poi aggiungiamo che per principio il Presidente del Consiglio ritiene di non festeggiarla (avrà i suoi buoni motivi, ma alcune sue affermazioni, sul piano educativo, sono state certamente poco felici) …
Il 4 novembre merita una particolare attenzione alla luce dell’interessante lavoro di Paolo Gaspari,  I nemici di Rommel (Udine 2007), che squarcia un silenzio lungo novant’anni su una delle pagine più controverse della storia italiana durante la Grande Guerra: la sconfitta di Caporetto. Può essere, questa, un’occasione per riavvicinare i nostri allievi alla memoria, ma anche per far comprendere come la storia non chiude mai una pagina, poiché l’incessante lavoro d’archivio offre spesso nuova documentazione che apre scorci e nuove visioni sul passato. Cancellata la “pagina vergognosa” di Caporetto, grazie all’attenta analisi dell’archivio dell’Ufficio storico dello Stato Maggiore dell’ Esercito,dove sono rimasti inascoltati i memoriali degli ufficiali italiani che raccontano dell’andamento dello scontro conclusosi il 23 ottobre del 1917, possiamo con i ragazzi cercare di ricostituire un filo della memoria che dia il senso della continuità o, retoricamente se si vuole, il ripristino della “corrispondenza d’amorosi sensi” foscoliana.
Ma una corrispondenza simile può verificarsi, a mio modo di vedere, solo se si recuperano quei momenti comunitari, nelle città e nei piccoli centri rurali, in cui la celebrazione dell’evento, della ricorrenza vedeva la partecipazione delle comunità, delle autorità civili e religiose, dei vecchi, degli adulti, dei giovani, dei bambini in un momento forte che decretava il senso dell’appartenenza, della condivisione. Oggi, queste date, sono l’occasione giusta per evadere, per gli esodi preparatori a quello grande, estivo, il momento per togliersi dal ”sacro” per abbracciare l’effimero.
 
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La storia ha ancora tutto il fascino di un’indagine incompiuta (M. Bloch)

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