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Parlare di storia è tra gli sport più praticati nei salotti “buoni” e non di rado sui giornali. D’altronde, chi non si trova davanti al televisore a seguire svogliatamente una delle tante trasmissioni a quiz, o ad ascoltare un’intervista o un’inchiesta da “Iena”?
All’ennesimo “vuoto di memoria” di una data, del nome di un personaggio storico famoso o di un avvenimento sobbalziamo e bolliamo lo sventurato concorrente o politico di turno di ignorare la storia patria e non solo. Ai più verrà da additare la scuola come prima responsabile, dimenticando che il politico sessantenne che s’è messo in bella mostra con la sua ignoranza davanti al microfono della “Iena”, beh, forse ha frequentato una scuola che proprio su date, nomi e guerre costruiva il curriculum scolastico.
Il 25 febbraio 2008 Francesco Alberoni sul Corriere della Sera, pag. 1, rubrica Pubblico & Privato, alza il dito sulla perdita di dati (cronologici) che le giovani generazioni («gli studenti che arrivano all’università») mostrano.
Nella sua veloce disamina ricorda che un tempo a scuola si studiava la storia dell’Occidente (sic!) ciclicamente in tre momenti: elementari, medie, superiori. Ogni gradino presupponeva un livello di approfondimento diverso. Vero: tre volte la stessa storia! Con la mondializzazione si sarebbe poi dovuto aggiungere allo studio della storia dell’Occidente quello di Cina e India.
L’A. fa poi seguire un elenco di esempi significativi, spie della perdita di dati cronologici: gli studenti non sanno quando vissero Buddha e Confucio, quando fu ucciso Giulio Cesare, quando visse Maometto, quando si svolse la prima crociata, quando è vissuto Dante, quando si combatté la guerra dei Trent’anni, quando fu fatta la Riforma protestante. Per carità tutto vero, o quasi, e non sarò certo io a contestare queste affermazioni; è un dato che spesso i giovani (ma non mi sembra un problema unicamente generazionale) non sono in grado di inserire in precise griglie temporali eventi e personaggi, ma ciò che mi solletica nell’intervento di Alberoni è la matrice che avrebbe prodotto ciò.
Per l’A. tutto andrebbe scaricato sulla scuola che, a partire da un determinato momento (anni Settanta del ‘900?), in forza del principio marxista che la storia andava studiata non sugli avvenimenti e i grandi personaggi, ma sulle dinamiche economiche che regolavano i rapporti tra le classi, la scuola – si diceva – avrebbe aperto e vinto la lotta al nozionismo. Ancora una volta la scuola diviene il luogo dell’abominevole studio dei processi di trasformazione e dei quadri di civiltà. È un abito cucito a dismisura, che tirando un po’ qui e un po’ là va bene per ogni occasione.
Personalmente resto convinto che le affermazioni di Alberoni abbiano una qualche legittimità, ma come concausa più che causa. Basterebbe dare un’occhiata alle trasmissioni televisive sopra ricordate o leggere qualche indagine sul grado di conoscenza storica di giovani e non per alleggerire le responsabilità della scuola. Non sto facendo il difensore d’ufficio. Ma qualcuno ricorda un’indagine condotta negli anni Ottanta, mi pare, del secolo scorso, sulla conoscenza della Costituzione italiana da parte dei nostri parlamentari? Ne usciva un Parlamento in cui chi faceva le leggi non conosceva la legge fondamentale dello stato. Esattamente come nel 2006, il giorno di insediamento delle Camere, la trasmissione televisiva “le Iene” intervistava diversi parlamentari, tutti emozionati come scolaretti il primo giorno di scuola, equamente suddivisi tra i diversi schieramenti politici, con insospettabile convergenza riuscivano a dare di sé una stessa immagine. Un parlamentare assegnava la scoperta dell’America al 1640, alla richiesta di collocare la rivoluzione francese, borbottava che ormai è passata e comunque con le date lui non andava d’accordo. Alla faccia di quei quasi 150 anni di “disaccordo” tra il primo viaggio di Colombo e la sua datazione. Ma la rivoluzione francese era evento molto gettonato per l’800, prima o seconda metà del secolo poco importa, la rivoluzione russa conosceva uguale sorte, la caduta del muro di Berlino qualcuno la poneva negli anni Settanta. Il senso del ruolo che andavano a ricoprire è testimoniato dal fatto che nessuno sapeva dire quale legislatura andavano ad aprire. Questa la conoscenza storica di molti rappresentanti del popolo italiano. Certo, se si prendono indagini condotte sugli studenti negli anni Novanta del secolo scorso o anche di recente, sono spassosissime raccolte d’avanspettacolo.
Proviamo a tornare alle cause.
Io credo che questa perdita (Francesco Pivato ben titola il suo recente libro sugli usi e abusi della storia Vuoti di memoria, Bari, Laterza 2007 – a questo volumetto farò impliciti riferimenti nelle note che seguono) abbia la sua causa primaria nella nostra struttura sociale e nei suoi meccanismi comunicativi. Da più parti si parla di “presentismo”, di appiattimento sul presente e non solo dei giovani, ma pure degli adulti, e stupisce che Alberoni, sociologo, non punti la sua analisi su questo. Per esempio il sistema di vita odierno porta a fissare immagini che scorrono velocissime, e non solo le immagini del presente, pure quelle del passato. Altre voci hanno messo in evidenza l’infido terreno sul quale muovono i loro passi le nuove generazioni e si trascinano quelle adulte.
Se Pivato parla di presentismo, Friedman allarga il cerchio e parla di “mondo piatto”; circa vent’anni fa il cardinal Biffi definiva Bologna “sazia e disperata” (solo Bologna?) e lo scorso anno il suo successore, cardinale Caffarra, alzava il tiro e parlava di “sazietà e nichilismo”. Certo, sono interventi ben distinti, l’unico che parte dalla storia è Pivato, ma come non leggere, e nemmeno tanto in filigrana nelle altre “definizioni”, il momento di crisi, non della storia ma della capacità di costruire una prospettiva, perché nulla viene più percepito alle nostre spalle? Lo spessore del tempo si è ridotto ad un filo, esattamente come troppo frequentemente gli insegnanti di storia riducono il passato ad una linea, lunga ma senza spessore: le “maledette” linee del tempo.
Ecco che i nostri preadolescenti e adolescenti non hanno bisogni che nascono da valori, valori consolidati, ma soltanto bisogni primari da soddisfare subito. D’altronde la formazione in famiglia è “disinvolta”; non vi è più tempo da dedicare ai figli: nido, infanzia, primaria, secondaria (e poi chissà) dovrebbero in qualche modo surrogare l’assenza della famiglia, dovrebbero portare all’identificazione sociale, al riconoscimento dei ruoli … costruire quello che nell’ambito famigliare non c’è più. La relazione basata sulla referenzialità è sparita tra le mura domestiche e quello che sembra l’interesse principale dei genitori, quando incontrano gli insegnanti, è di prendere atto del buon andamento scolastico del figlio; ma se la situazione non è quella attesa, scatta nel genitore la difesa d’ufficio del figlio. E non potrebbe essere diversamente: riconoscere la difficoltà del figlio significa nove volte su dieci riconoscere il proprio fallimento o, peggio, la propria assenza.
Quegli stessi genitori che vanno in vacanza a Sharm el-Sheikh, in un villaggio turistico perfettamente uguale, che so, a Capo Rizzuto, con escursione alle piramidi; una vacanza che provoca “straniamento”, che rappresenta il passaggio da un “non luogo” ad un altro “non luogo” e quello che resta impresso nella miriade di fotografie digitali non è la piramide come testimonianza di un passato da conoscere, ma semplice “testimonianza”, quasi una password che introduce lo status symbol in ufficio per il dopo vacanza: carta d’identità del viaggiatore dove il viaggio “ha perso la valenza educativa (scoperta e conoscenza) che aveva fino a pochi decenni fa”.
Altro si potrebbe aggiungere, peccato che parole scritte più di trent’anni addietro abbiano però oggi un valore così attuale: «Noi siamo un paese senza memoria. Il che equivale a dire senza storia. L’Italia rimuove il suo passato, lo perde nell’oblìo dell’etere televisivo, ne tiene solo i ricordi, i frammenti che potrebbero farle comodo per le sue contorsioni, le sue conversioni.» (Pasolini, Scritti corsari, Milano 1975, p. 87)


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La storia ha ancora tutto il fascino di un’indagine incompiuta (M. Bloch)
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