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In questi giorni è apparsa sul Corriere della sera la notizia che il Governo si è opposto al marilenghe, il dialetto friulano che la Regione aveva, sembra in accordo con lo stesso Governo, tentato di tutelare con una legge regionale. Niente dialetto nelle scuole friulane, negli uffici pubblici e nella segnaletica stradale, se non è riportata anche la denominazione italiana.
Tullio De Mauro è intervenuto sul tema affermando che se il Governo ha ravvisato elementi di incostituzionalità, ben ha fatto ad intervenire. Le considerazioni di De Mauro non si sono limitate però ad una presa d’atto dell’azione del Consiglio dei Ministri, ma ha continuando affermando: «Se il governo intravede motivi di incostituzionalità, è suo dovere intervenire». Però: «Il problema è soltanto uno: il bambino che parla una lingua diversa dalla maggioranza ha o non ha diritto alla tutela? Per me, sì. Ma se la risposta è no, bisogna essere consapevoli che si sta andando contro un diritto umano sancito dalle Nazioni Unite, dall’Unione Europea, dalla Costituzione italiana e da una legge dello Stato. Per tutti questi motivi, farà bene la Regione a difendere i suoi punti di vista».
Diritto umano, dunque! Ma, pure, il tentativo, cosciente o meno poco importa, di creare l’ennesimo vuoto di memoria.
Pier Paolo Pasolini, attento osservatore dei mutamenti introdotti dalla società dei consumi, rifletteva anche sugli aspetti legati al dialetto. Non solo la società dei consumi induceva ad una omologazione che andava dall’abbigliamento, alla gestualità, ai capelli lunghi (era tempo di cappelloni), ma anche del linguaggio.
Per Pasolini la televisione aveva prodotto una «fossilizzazione del linguaggio verbale», umiliando il dialetto che «non è più un modo di essere un valore».
Non c’è che dire, in compenso l’italiano è sempre più bistrattato, e si perde così un ulteriore valore.
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La storia ha ancora tutto il fascino di un’indagine incompiuta (M. Bloch)

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