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Un interessante contributo è quello di Stefano Pivato (Vuoti di memoria. Usi e abusi della storia nella vita pubblica italiana, Laterza, Bari 2007, pp. 142) sui luoghi comuni o quelli che in qualche modo sono i "soloni" della divulgazione storica oggi.
L’autore prende le mosse dalle parole iniziali con le quali Marc Bloch apriva il suo Apologia della storia o mestiere di storico, ricordando la domanda fatta al papà: "a cosa serve la storia?". Pivato rovescia la domanda dello storico francese e si chiede: "a chi serve la storia?"

L’assunto del libro di Pivato consiste in alcune idee di fondo che inquadrano appieno l’uso della storia.
A monte, però, stanno alcune considerazioni sulla società attuale, che io sposto nell’ambito specifico della scuola.
Pivato parla di "presentismo", Friedman di "mondo piatto", circa vent’anni fa il cardinal Biffi definiva Bologna "sazia e disperata" (solo Bologna?) e lo scorso anno il suo successore, cardinale Caffarra, alzava il tiro e parlava di "sazietà e nichilismo". Certo, sono interventi ben distinti, l’unico che parte dalla storia è Pivato, ma come non leggere, e nemmeno tanto in filigrana nelle altre "definizioni", il momento di crisi, non della storia ma dell’incapacità di costruire una prospettiva perché nulla viene più percepito alle nostre spalle. Lo spessore del tempo si è ridotto ad un filo, esattamente come troppo frequentemente gli insegnanti di storia riducono il passato ad una linea, lunga ma senza spessore: le "maledette" linee del tempo.
Ecco che i nostri preadolescenti e adolescenti non hanno bisogni che nascono da valori, valori consolidati, ma soltanto bisogni primari da soddisfare subito. D’altronde la formazione in famiglia è "disinvolta"; non vi è più tempo da dedicare ai figli: nido, infanzia, primaria, secondaria e poi chissà, dovrebbero in qualche modo surrogare l’assenza della famiglia, dovrebbero portare all’identificazione sociale, al riconoscimento dei ruoli … costruire quello che nell’ambito famigliare non c’è più. La relazione basata sulla referenzialità è sparita tra le mura domestiche e quello che sembra l’interesse principale dei genitori, quando incontrano gli insegnanti, è di prendere atto del buon andamento scolastico del figlio; ma se la situazione non è quella attesa, scatta nel genitore la difesa d’ufficio del figlio. E non potrebbe essere diversamente: riconoscere la difficoltà del figlio significa nove volte su dieci ricnoscere il proprio fallimento o, peggio, la propria assenza. (Segue)


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La storia ha ancora tutto il fascino di un’indagine incompiuta (M. Bloch)

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