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Una notizia importante, tra le tante che magari mediaticamente sono di maggiore richiamo, trovo oggi sul Corriere della Sera: L’archivio storco del Corriere ora aperto a tutti i lettori
Due articoli a firma di Marco Pratellesi per illustrare l’iniziativa, di Gian Antonio Stella per invitare subito a "scovare i trasformisti".
Poche considerazioni sull’uno e l’altro.
"Il Web ha una memoria infallibile. Non dimentica niente. Tutto quello che viene inserito resta nella Rete a futura memoria, per l’eternità". Così Pratellesi introduce l’iniziativa del Corriere, primo giornale italiano, e tra i pochissimi al mondo, ad aprire il proprio archivio storico ai lettori (http://archiviostorico.corriere.it)
Sulla capacità del Web di immagazzinare dati nessuno può eccepire e nemmeno sulla loro organizzazione. La preoccupazione consiste nella capacità e nella volontà di interagire con questi dati. E’ risaputo che le fonti sono strumenti neutri e che diventano magazzini di informazioni solo tra le mani dello storico che sa farle parlare. E’ lo storico che crea il documento direbbero gli storici delle Annales. Un normale lettore non può diventare storico (bastano già i giornalisti e i politici a volersi inventare tali), l’auspicio è che almeno diventi un abile frequentatore di archivi elettronici, impeccabili nel conservare, per non dimenticare. Si sa che mai come nella nostra epoca si tende a dimenticare il passato recente, forza dell’accelerazione che da almeno una cinquantina d’anni ci mostra (nell’Occidente sviluppato) cambiamenti e rivolgimenti repentini nell’affrontare e vivere la quotidianità. Iniziative come questa sono benvenute.
L’incipit di Stella è una notissima frase presa da Umano, troppo umano di Nietzsche: "Il vantaggio della cattiva memoria è che si gode parecchie volte delle stesse cose per la prima volta." Ahimè, oggi più che mai, potremmo pensare. Il corsivista del Corriere è, però, penna troppo arguta per non vedere nell’archivio storico del Corriere lo strumento ideale per la scrittura di uno dei tanti suoi articoli (o volendo spaziare scrivere una nuova Casta). Certo, ciò che è detto vola, ma per i latini il "volo" delle parole aveva valore ben diverso da quello che oggi si tende ad attribuire. Allora le parole si facevano volare proprio perché raggiungessero le persone, oggi restano inascoltate. Le parole scritte, invece, restavano lì, non c’era la stampa e la circolazione dello scritto aveva ben altri canali rispetto ai nostri. Oggi, ciò che è scritto – seguendo gli esempi citati da Stella – è spia di quello strano cambiamento che in Italia si chiama "trasformismo". Facciamone tesoro, ma non riduciamo il valore della memoria di un archivio a questo.
In anni passati, quando frequentavo le lezioni di archivistica, all’Università o al corso di Paleografia presso l’Archivio di Stato di Bologna, si parlava dell’archivio come di una raccolta di tante carte, disposte in ordine secondo il soggetto che le aveva prodotte e che in qualche modo potevano riflettere parte del passato, ma solo se qualcuno (lo storico) avesse saputo interrogarle e scoprire ciò che stava dietro il dato.
Oggi l’archivio disponibile è un archivio di informazioni, prodotto dalla penna di ottimi giornalisti, da interviste riportate, e magari smentite: facciamo attenzione, l’archivio di un giornale così inteso può essere più ingannatore di un archivio notarile con i suoi ghiribizzi grafici.
Da ultimo: e la memoria? Siamo ormai all’ultima fase. L’informatica impigrirà vieppiù la nostra capacità di ricordare e diventerà sempre più strumento di controllo della memoria e dell’oblio per dominare le società?
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La storia ha ancora tutto il fascino di un’indagine incompiuta (M. Bloch)

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