Recensione a “Fortissimno” di Matteo Bianchi

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Matteo Bianchi, Fortissimo.Poesie, Minerva, Bologna 2019

Sola speranza oh lieve
Che di noi fa la vita trasmutarsi
Senza sole disfarsi come neve
Viltà tepore fuoco di cui arsi

(G. Giudici)

Se Fortissimo, titolo che richiama per stessa ammissione dell’Autore Pianissimo, è una provocazione, forse, allora, richiama anche Fortezza e quindi sfida il Lettore cartaceo, quello che assapora – ben diverso dall’internauta prevalentemente feisbukiano – il libro annusandolo, piegandolo; talvolta imbizzarrendosi per l’impossibilità di addomesticarlo lo maltratta, lo abbandona tra altri per poi tornare, penitente, a riprenderlo perché le sfide sono sempre avvincenti, anche quando è forte il rischio di uscirne sconfitti.
Fortissimo è la quarta silloge del trentaduenne Matteo Bianchi, edita da Minerva Soluzione Editoriali nella neonata collana «destinata ai giovani poeti», Cleide, diretta da Giancarlo Pontiggia e Cinzia Demi. Operazione lodevole, ma forse, nonostante l’età, per Bianchi si potrebbe dire che la definizione vada un po’ stretta, perché Fortissimo rappresenta un tassello del suo percorso che evidenzia una crescita costante, non diremo tanto rispetto alla raccolta d’esordio, Fischi di merlo, dove ad ogni pagina troviamo il «momento aurorale» del poeta, quanto a La metà del letto (Barbera 2015) che indirizza decisamente verso la maturità il Nostro. È silloge, Fortissimo, che inserisce il Bianchi in un “catalogo” dei poeti ormai consolidati.
Un poeta che pur frequentando i social ben si guarda – e di questo si ringrazia il Cielo – dal pubblicare in rete i propri testi, proprio perché la scrittura richiede un continuo ritorno – Sbarbaro docet – al testo per quella limatura che ci permette di distinguere a prima vista il poeta dal versificatore, l’originalità dalla ripetitività. Poi resta vera l’affermazione di Giulio Ferroni che la letteratura è ovunque, ma questo è il punto: cosa è letteratura, cosa degno di oltrepassare il presente virtuale, la poesia visiva o l’oralità dello slam, dove più della parola, e la poesia è parola, quasi sempre vale la prestazione.
Ecco allora una buona occasione per plaudire alla poesia e al coraggio di intraprendere percorsi diversi della propria scrittura: «Rileggersi ogni volta significa accettare il proprio cambiamento, sebbene parziale, e asciugarsi buttando qualche vecchio abito fuori luogo per l’io lirico attuale» (pag. 7). Bianchi lo fa con una raccolta divisa in due sezioni, una “prosastica” (Diario di un amore) e una poetica (Mezzo Piano), e in premessa un’intervista che dice tanto del fare poesia e dell’essere poeta di Matteo Bianchi. Due sezioni per un canzoniere d’amore condensate nella dedica: «a M./ per l’ennesima possibilità», perché è solo in amore che esiste l’ennesimo e dove si può giocare con la parola perdóno/per-dono (pag. 26). Senza perdono e senza gratuità (un dono è sempre gratuito) non esiste amore.
Nella prima sezione la passione si snoda nell’arco temporale di nove mesi, periodo che contrassegna la gestazione, l’attesa, movimenti di andata e ritorno (con una Canossa all’orizzonte) tra flash del quotidiano: «Infilavi il cappotto e arrotolavi la sciarpa intorno al collo… seguirti con lo sguardo da una camera all’altra scalza e pensierosa con il plaid a scacchi sulle spalle» (pag. 28), improbabili speranze come «foglie d’autunno che rimangono sui rami, rondini d’inverno sui cavi spaiati» (pag. 29); poi l’uomo che nasce: «Ho deciso precisamente tre anni fa, che non avrei più usato nessuno. Che fosse per piacere carnale, o ambizioni di carriera, non ho più voluto ferire a tradimento e continuo a tracciare la mia rotta senza spada» (pag. 47), senza rinnegare nulla «in modo che la nostra vita sia tutt’uno con la nostra morte» (pag. 48). Parole d’antan vien fatto di pensare, se non fosse per quelle promesse ormai anche da uomo di casa, per l’esecuzione di quei lavoretti come riavvitare le viti del tavolo perché non sporgano più e perché là una bambina «un giorno correrà a nascondersi mentre prepariamo il pranzo, ancora con il pigiama addosso e i capelli incasinati, credendo di non essere trovata» (pag. 49).
Prosa poetica, colta che si distende tra esplicite citazioni letterarie Dante, Pavese, Buzzati, Char o alluse, Roberto Pazzi, Shakespeare…
Nella prima sezione della raccolta Bianchi resta avvolto su sé stesso, nel mondo dei propri affetti scandito in un preciso arco cronologico, nella seconda sezione l’arco è dato nel sottotitolo, un decennio (2008-2018) di scrittura nel corso del quale il lavoro sulla parola indica la svolta con l’allontanamento dai suoni e «dagli schemi della tradizione, quasi fossero un mito per non sentirmi solo» (pag. 8). Il poeta non teme più la solitudine, ma la vede nello spazio emblematico del Mezzo piano.
Esiste il proprio mondo, tra testi che muovono nella scala passato/presente, il mondo altro si palesa nella possibilità del mezzo piano dove avviene l’incontro tra condomini, ma sono incontri casuali, come se l’altro fosse poco più di un’ombra molto meno di un’interazione tra persone, o forse l’interazione è più profonda nell’incontro sul mezzanino, là dove viene fatto di pensare che non s’incontrano altri, ma gli stessi personaggio e poeta, sul mezzo piano l’uno si smembra, si fa trance comunicativa tra due apparenti opposti, una sorta di finzione che induce il lettore a scegliere tra agens e auctor. Ma vi è un lettore che voglia destreggiarsi tra gli interstizi di questa scrittura colta, che annuncia auctoritates (gli eserghi) e introduce nel labirinto della presenza dei calchi, delle allusioni non per sfoggio ma perché patrimonio che Bianchi ha ereditato e introitato col duro lavoro di lettore e saggista? Un’arte anche la lettura, perché scrivere significa aver letto; forse è vero che è già stato scritto tutto, e nella concessione di avere anche letto tutto la scrittura si rinnova come qualunque cosa che vibra nel nostro mondo sensibile e offre la magia di un dialogo tra chi scrive e chi legge, ciascuno contraddistinto da un proprio stato e statuto.

Magra stagione

La data del nostro amore
in tavola
sull’etichetta
di un vasetto rosso.

Quel giorno eterno
c’era già chi
pensava all’inverno:
pomodori secchi. (pag. 65)

 

Passato di sabbia al setaccio
bambino,
qualcosa si salva ostinato
(l’avevi scommesso all’alba)
qualcos’altro ribatte il sole
nei vetri sulla riva relegato,
pur essendo polvere tutto.

Polveri di un gioco insensato
che taglia. (pag. 67)

Zena Roncada, Introduzione a “Al paréa uŋ fógh ad paja”

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Introduzione

Il desiderio nasce come aspirazione ed intercetta il senso di una mancanza: trova la sua radice nel “desero”, in un verbo di privazione.
Segnala una non coincidenza: si spera di ottenere ciò che non si ha, si aspira ad una futura pienezza, che nel presente si dà come vuoto da colmare, o si mira ad una ricongiunzione. È allora che desiderare diventa provare nostalgia, il più intimo dei dolori.
Ma c’è un altro verso del desiderio: quello che incontra la necessità, l’impellenza.
Si tende a raggiungere ciò che è indispensabile alla vita, ciò che la profuma e le dà colore.
In questo modo prende forma e s’addensa il desiderio di poesia di Edoardo Penoncini: come un’urgenza interiore che nasce dal sentirla una sorta di parallela concorrenza alla vita, una sua concomitanza, perché agìta e riscoperta come risorsa del vivere. È la bussola, che, nell’insonnia della notte o dell’esistenza, sa restituire una direzione, un senso, persino i sogni che si sono persi, strada facendo, dentro la casa.
«Non è materia, la poesia», dice Mario Lodi, «è un momento magico in cui i pensieri belli e forti che sono dentro di noi escono e diventano parole: le parole prendono il loro posto».
E queste parole, nella nuova raccolta di Penoncini, Al paréa uŋ fógh ad paja, arrivano ancora una volta dal dialetto e col dialetto sanno dirne la felicità leggera, la dolcezza sottile ed aerea, proprio come quella della cenere, e tale da riconciliare con il mestiere di vivere, cercando.

Cóm l’è bèla la poeśìa…
am sént śbatźà quand a n’iŋ lèź
a tuchìn uŋ póch a la volta
cmè n’dólz trop bóŋ
d’aŋ finìr a la śvelta;
 
l’è aŋch bèl quand agh vàgh déntar
e am dìgh ch’aŋ la capìs
l’am pàr uŋ fógh ch’al làsa d’la zéndar
mó quand a s’aliéva uŋ pó d’aria
zéndar e falìstar ill vóla alźiéri…
j’è paròll ch’j’impìza al ziél
e mi am sént méŋ furèst

È bella, la poesia: coniugata con la lingua della madre e del padre, del latte e del pane, diventa riappropriazione non solo delle radici, ma della testa e del cuore.
Riappropriazione della testa, perché non si può vivere senza la sapienza delle parole, senza la conoscenza di quelle che si sono accoppiate alla propria voce, senza il mestiere che serve per romperle e ricomporle. È un sapere che viene da lontano, proprio di chi, del dialetto, ha imparato la “raza d’tut’ill paròll, paròll da sméŋza” attraverso l’esercizio dell’essere e del fare.
Ed è riappropriazione del cuore, perché la poesia, espressa in “sta ciacaràda aspra e dura”, snida i sentimenti sedimentati al fondo, li rimescola senza barriere; ha un potere abrasivo e collante, insieme: toglie i veli, cancella le sovrastrutture inessenziali, rende fluido lo scorrimento fra passato e presente, fra ricordo e realtà, mette in comunicazione i tempi della vita, i luoghi e le persone che li hanno incarnati, nel loro divenire.
Questa complessità apre i confini sia della poesia sia del dialetto.
Se la prima è arca che, dell’umano, tutto accoglie, dal polo introspettivo a quello della relazione con l’altro, il dialetto s’impone come lingua docile a ogni direzione della poesia, flessibile ad ogni tonalità del sentire e del pensare. È il dono di un repertorio semantico e sonoro che svela un’appartenenza distintiva, fatta di nomi ‘altri’, di suoni che si arricciano, che perdono testa e coda, e sanno farsi grumo ora dolce ora iroso.
Non è lingua per strofette e cantilene, il dialetto di Penoncini, neppure litania consolatoria di ninne nanne: è “uŋ gróp intórn al còl/ par struzàr ill paròll”, è “uŋ curtèl da bcàr/ ch’al tàja la paŋza”, è “na séga ch’la séga i pié”.
Per questo sa trovare le parole anche per la “mufa”, per la rabbia che diventa insofferenza, da non leggersi solo come fastidio ma come in-sofferenza, permanenza del/nel soffrire. Entra, nei versi, infatti, il dolore atavico dei migranti, di uomini in viaggio senza possibilità di approdo, sovrastati dal loro destino, la desolazione dei bambini ebrei nei campi di sterminio, ormai ridotti a brandelli di carne, l’inquietudine connaturata all’uomo, il vagare sulle orme di un mistero, cui non può essere estraneo il poeta. Il poeta, anzi, diventa la cassa di risonanza di quest’angoscia dilagante e la fa sua: è il cane che abbaia alla luna, “uŋ can da guardia/ ch’al nàśa l’aria/ al fà la punta/ iŋstiŋchì/ a uŋ braŋch lagnóś/ spaurì.”
Non è neppure lingua da confinare in una civiltà contadina ormai scomparsa e da custodire nella teca immobile della tradizione, il dialetto di Penoncini: il dialetto rivendica il diritto di dire il nuovo, di camminare cambiando, proprio come camminano i pensieri, che sono un grande volo fra richiami diversi, capaci di guazzare nel silenzio per poi levarsi e interrogarsi sulla vita e sulla morte, sulla fragilità indotta dal tempo, sulle voglie ancora vive come gli affetti più intimi.
È così mobile e sensibile, questa lingua, da soffrire per la dimenticanza. Alla maniera dei vecchi, le sue parole patiscono: non hanno più vicini con cui fare scambio, non sono comprese neppure nella casa dove abitano, per una comunicazione inceppata dal disuso.
Le parole, ci ricorda il poeta, non muoiono appena nate, muoiono quando non entrano più nel circolo vivo e virtuoso della relazione: in questo caso si ossificano e si spolpano, come i paesi che sono stati il predellino di lancio verso i sogni di un altrove in cui realizzarli.
Per non perdere il dialetto bisogna viverlo: allora può trasformarsi in albero che conserva le tracce di ogni età, con le radici salde ma con i rami che proliferano, estesi. E in armonia con la lingua che ha scelto, anche il poeta vorrebbe diventare un albero, ben piantato nella sua valle:
n’arbul alt e gròs/ con dill bèli fój vérdi d’istà/e d’iŋveraŋ mustràr braz śgruplóś/ ch’a pàr ch’i vója ciapàr al ziél;/ pó a primavéra lasàr a ŋ’vént alźiér/ nóa sméŋza da purtàr pr’al mónd/ e man a maŋ ch’la bùta e la crés/ ciapànd al źir dill staśóŋ/ as ricàma al fust ad rugh e cuór/ intajà da źuvnòt in amór.”
Passato, presente e futuro in compresenza, dentro la poesia.

Nevio Spadoni, Considerazioni su Edoardo Penoncini, “Al paréa uŋ fógh ad paja”, puntoacapo, Pasturana (AL) 2019

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di Nevio Spadoni

“Con il dialetto si può parlare con Dio, ma non di Dio”. Questa espressione del celebre Raffaello Baldini riassume una evidente realtà. Il dialetto è lingua dell’immediatezza, e se pur flessibile ad ogni tonalità del sentire e del pensare, non si presta ad alte speculazioni filosofiche e teologiche. Al dl là di questo, come non condividere l’amarezza che anche Edoardo Penoncini esprime in Al paréa un fògh ad paja (Sembrava un fuoco di paglia), edizioni puntoacapo. Per questa lingua che giorno per giorno muore. “Sàt cus’a vòl dir scusàrs in cà to / par na parola ch’at dòpri sol ti /par la léngua ch’la mòr dì par dì? (Sai cosa significa scusarsi a casa tua / per una parola che usi solo tu / per la tua lingua che muore giorno per giorno?). Ma con la perdita e l’abbandono della lingua, il poeta affronta anche il tema della perdita dei nostri luoghi, delle nostre case, e il fatto di una crescente disumanizzazione e indurimento del cuore di fronte al dilagare delle miserie cui assistiamo ogni giorno di essere “anche loro prigionieri di un mondo straniero a una carezza”. Vi sono bisogni concreti, inalienabili, direbbe la Héller, davanti ai quali non si può rimanere sordi e indifferenti. Poi, impressioni, abbandoni ad un mondo passato ma ben radicato nella memoria, Penoncini li esprime con parole accese, come quando descrive il rito cruento dell’uccisione del maiale col suo lungo stridio e pianto, o nel ricordo dell’addormentarsi da bambino con la solita favola. Toccanti e piene di tenerezza sono pure le poesie che richiamano gli affetti più cari, come quelle dedicate alla madre. Ma ancora una volta il poeta si rammarica, quando passati i sessant’anni, ha sentito sfuggirgli dalle mani le parole e i gesti dei vecchi di una volta. Di grande incisività sono poi le ultime poesie, quelle sull’amore e sul mistero, dove veramente “l’amore / nasconde quello che siamo / poi / basta / una bava di vento / per restare / nudi”, e il poeta è fin troppo consapevole che ormai le maschere non servono più. Forse un refolo di consolazione potrà venire ancora dalla poesia. Questo è quanto ci consegna Edoardo con versi misurati, altamente musicali, espressi in settenari, in endecasillabi, o in forma libera, con alcune rime non certo banali, e assonanze, in questo dialetto di area ferrarese, dialetto che nasce dalla carne e dal vissuto del poeta, e che vale la pena leggere e tramandare.

Recensione a Roberto Dall’Olio, Se tu fossi una città, L’arcolaio, con una nota di Romano Prodi, Forlimpopoli (FC) 2019

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di Edoardo Penoncini

Le città di Dall’Olio sono la città dell’amore universale, e a ben vedere “la donna della mia vita” della dedica è l’espansione dell’umanità tutta, quella redenta e quella in cerca di riscatto; le città di Dall’Olio non sono topos e cronos, sono logos che si eterna attraverso l’amore, l’immaginario di un viaggio dove tutto si trasforma e l’amore è passaggio dalla forma al corpo in tutto quanto siamo immersi (cosmo?), l’amore panico, l’amore carnale, l’umanità, carne che si fa e carne che si sbriciola, briciola eterna del già e non ancora tra lirismo e afflato civico.
Nella poesia di Roberto Dall’Olio sussistono e persistono residenza e resistenza, una fedeltà che emerge nell’opera poetica, ma anche nella saggistica, nella quotidianità sociale e famigliare, perché tutto è vita e la vita per il Nostro è partecipazione, coinvolgimento, convinzione, abbraccio e sdegno. Sarebbe facile distinguere la scrittura poetica con etichette: poesia d’amore, poesia civile, poesia lirica… continuando a mantenere in essere una distinzione ad arte. Ma quando raccolte come Il minuto di silenzio (Edizioni del Leone 2008), La notte sul mondo (Mobydick 2011), e Irma (L’arcolaio 2017), che d’acchito definiremmo poesia civile, le mettiamo accanto a La morte vita (Edizioni del Leone 2010), Viole d’inverno. Canzoniere d’amore (Minerva 2014) e Tutto brucia tranne i fiori (Moretti & Vitali 2015), poesia intima e degli affetti, non possiamo non intravedere una reductio ad unum che consente al poeta di “riveder le stelle” attraverso l’amore, un sentimento sempre pieno per l’altro e l’umanità tutta.
Un libro che parla di città, certo i nomi sono reali, reali sono i fiumi (Senna, Vistola, Arno…), ma forse non sono città meno invisibili di quelle di Calvino. Da nessuna parte esiste oggi una città dell’amore, non vivremmo tra colonnine che misurano qualità dell’aria, consumi e controlli della raccolta indifferenziata, isole di plastica… se panico fosse aggettivo (natura creatrice) e non sostantivo (ansia, terrore). E allora per restare all’àncora delle invisibili città calviniane perché non riproporre la domanda del Khan a Marco Polo: «Viaggi per ritrovare il tuo passato? Viaggi per ritrovare il tuo futuro?» (Calvino, Le città invisibili, Mondadori, Milano 1993, pag. 27). Ben diversa è la risposta di Dall’Olio, foss’altro perché al viaggio reale del veneziano stanno pennellate in versi in grazia della Musa che riempie la quotidianità domestica del poeta e la risposta al Khan vedrebbe l’altrove come specchio positivo, non negativo, per riconoscere il tanto che è suo, non il poco, non per scoprire il tanto che non ha avuto e non avrà. Eppure qualche altro accostamento si può ipotizzare, perché nelle città del poeta bolognese come in quelle di Calvino ci sono gli occhi che guardano e si fanno interpreti dei colori, ci sono gli scambi, i desideri, i sogni, la memoria e mille squarci perché il lettore, di là dal messaggio di fondo premesso nella dedica: “Alla donna della mia vita”, possa cogliere l’umanità profonda che alberga nella poesia di Dall’Olio.
Se tu fossi una città è una raccolta dell’estasi dove il viaggio si trasforma nella stasi del presente, nella quiete rassicurante dell’amore «a misura d’uomo» avvolto nella coperta di Linus (p. 115), nelle meraviglie architettoniche, fino ai simboli, che dànno al poeta il senso della persistenza di valori e ideali, come «quella grande piazza» (126) di Cuneo intitolata a Duccio (Teodorico Galimberti), o quel volo radente su «quei muri di marzapane… / ma Norimberga / lo vedresti che è rifatta» (p. 71).
Le città di Dall’Olio sono anch’esse «città in cui si scambia la memoria a ogni solstizio e a ogni equinozio» (Calvino, p. 35), come a Bologna dove al ricordo del «sognatore (Giuseppe Massarenti) / di una repubblica socialista» si mescolano gli slanci di giovani innamorati che dopo corse «a perdifiato / a San Luca / a goderci noi / tra Alpi e Appennini» (p. 65), ma non sempre vince il finale idilliaco, come in Parigi «questa moderna / a tutto Disney // la rive gauche / senza la gauche» (p. 67), eppure in precedenza Parigi era la città «dove ci siamo / conosciuti / abbiamo gettato nella Senna / il tempo e gli orologi / vivendo sorrisi / in tempi luminosi / e mogi» (p. 22), così il volo sulla città rifatta insegna che «la memoria è profonda / come l’amore / come il terrore» (. P. 72).
Un viaggio per le città del mondo, tra echi mitologici, orientali sapienze, amore quotidiano per approdare all’explicit della nota di Romano Prodi: «riflessione sulla bellezza e complessità dell’amore e della vita. Mi pare che sia questo il vero compito della poesia e della scrittura, quello di esporre con la semplicità di un verso temi e valori che appaiono complessi e difficili da esprimere» (p. 12).

Recensione a Marzia Minutelli, L’arca di Saba. “I sereni animali che avvicinano a Dio”, Leo S. Olschki, Firenze 2018

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di Edoardo Penoncini, edito in “l’Ippogrifo”, n.s., a. III, n. 1 – giugno 2019

Trovo particolarmente stimolante iniziare la mia disamina dai titoli del volume in que­stio­ne e delle due parti di cui si co­stituisce la ri­cer­ca: L’arca di Saba. «I se­reni animali che avvicinano a Dio», parte prima: Genesi della zootropia sabiana, parte seconda: Gli animali teofanici di Montebello. Tre ter­mini, Arca, zootropia e teofania, costitui­scono il percorso del­l’indagine della Minu­telli. Arca è lessico genesiaco, un contenitore ove sono rac­colte tutte le specie vegetali e animali per­ché dopo il diluvio tutto ritorni a fiorire e a vivere, è il simbolo della salvezza. Arca è il sogno nel sogno di Saba («il sogno della mia saggezza / ultima»), «il tentati­vo principalmente utopico di restaurare un’al­leanza, spezzata da un cataclisma di di­men­sioni non meno apocalitti­che rispet­to al­l’alluvione» della Shoah (D. Stimilli, ci­tato a p. XXI).

Zootropia perché nell’ottica della ricerca non ha posto l’«altro vegetale», lo spazio è riservato al non umano zoologico, ma in un percorso che saldando zootropia e teofania consente di avvicinare il mondo animale alla divinità.

La prima sezione del saggio indaga il formarsi de L’immaginario animale del gio­vane Berto e la pretesa sabiana di «ripristinare la fisionomia originaria della sua più antica produzione rimica» (p. 6). nell’allestimento del Canzoniere, il romanzo in versi, dall’edizione del 1921 fino alla ne varietur del 1945.

L’arca di Saba, per il medio lettore quale sono io, è una sorta di zoo dove com­paiono di volta in volta animali singoli, come in Govoni o in Montale, e collettivi, pensando per gli uni e per gli altri al Pascoli; ma Saba va oltre e la sua zoologia non è tanto la manifestazione della conoscenza del mondo animale, quanto un inserimento che acquista via via valore di simbolo, soprattutto dopo essere passato attraverso il lavacro psicoanalitico. Temi, si dirà, che erano già stati toccati dalla critica letteraria, ma solo marginalmente occupandosi «del proprium faunistico».

Nell’introduzione, In limine, la Minutelli avverte che la fauna come scelta di osservatorio si rivela «privilegiata per meglio illuminare principî costitutivi e gangli nevralgici dell’universo mentale e letterario dello scrittore, tali […] la “celebrazione del quotidiano, nella sua dignità più elementare”; il mito del regresso all’infanzia, personale e cosmica […] l’inesausto scandaglio, senza e con lenti freudiane, delle “profondità oscure, organiche, ancora inesplorate”; la “religiosa adesione” all’esistenza in ogni suo stato […] e in ogni sua forma […]; la fiducia […] nella contingente esperienza sensoriale» (pp. XV-XVI).

Un osservatorio che abbraccia tutto il lungo cammino del Canzoniere per porre «in relazione frequenza e modalità delle epifanie animali», che nel romanzo in versi si mantengono e si evolvono, o scompaiono, come la poesia Il maiale dal parvus libellus Casa e campagna), determinante però «per intendere le risonanze profonde di quel ciclo di versi» (p. XVII).

Sulla linea della cronologia, dunque, la documentatissima ricerca della Minutelli analizza la tematica animalière estendendola alla contemporanea produzione in prosa di Saba (anche con «frequenti sopralluoghi» nell’epistolario) e delineando l’entrata in scena del mondo zoologico in tre fasi.

Dalle bestie comparse «poco più che nominali» degli esordi a quelle comprimarie dei Versi militari fino agli animali che, «se non i primattori incontrastati», sono senz’altro «gli imprescindibili deuteragonisti» di Casa e campagna, dove Saba edifica il suo «dimesso pantheon bestiale», e grazie a una maggiore «apertura alla zoosfera» compie quella «copernicana metanoia i cui esiti ne orienteranno tutto il successivo itinerario umano e artistico» (p. XVIII).

Congruo il richiamo biblico per corroborare la tesi che «l’equiparazione di uomini e bestie, anche e prevalentemente nella pena di esistere, accusi in primo luogo un’avitica matrice religiosa, per l’esattezza biblica, essendo l’uguaglianza dei viventi agli occhi dell’Eterno proclamata a diverse riprese nei libri del Tanakh, il Qohelet in specie» (p. XX).

Dopo la messa a fuoco del formarsi e accrescersi del pantheon bestiale nella prima sezione del volume e l’assestamento, almeno parziale, della cronologia delle poesie di Casa e campagna nel primo capitolo della seconda, l’A. sviluppa la ri­cerca sul piano della rappresentazione degli animali e della loro connotazione con un denso apparato di note a richiamare un’importante bibliografia e a puntualiz­zarne spesso la necessità di una messa a punto se non di una vera e propria cor­re­zione dell’interpretazione, soprattutto là dove sembra superficiale il richiamo al cosiddetto «coté giudaico».

Se di un filtro ha bisogno, la Minutelli lo coglie nei versetti 19-21 del terzo libro dell’Ecclesiaste nella traduzione fatta da Samuel David Luzzatto, prozio di Saba: «Poiché quello che accade agli uomini è anche quello che accade alle bestie; come muore questa, così muore quello, ed hanno tutti uno stesso spirito (alito, respiro): e l’uomo non ha alcun vantaggio sulla bestia, ma sono tutti vanità. Tutti vanno a uno stesso luogo… Chi è che sappia che lo spirito degli uomini sale in alto, e lo spirito delle bestie scende giù in terra?»

Se le occorrenze letterarie, le «inconscie reminiscenze», da Dante a Petrarca, dal Leopardi del Volgarizzamento della satira di Simonide sopra le donne a quello delle Operette morali, da Carducci a Pascoli e a D’Annunzio, confortano il nostro portato scolastico di lettori sabiani, le occorrenze testamentarie dalla Bibbia volgarizzata nella seconda metà dell’Ottocento «ad uso degli Israeliti», costituiscono la novità precipua della decennale ricerca della Minutelli; un certosino lavoro che libera da quelle ambivalenze sabiane come ebraismo/ antiebraismo «per la semplice ragione che umilmente parte dai testi, dalla loro datazione, dalla cronologia, dall’impronta dell’infanzia» (A. Cavaglion in http://moked.it/blog/2018/10/31/ticketless-larca-saba/).

Si vedano le pagine dedicate all’esegesi delle poesie A mia moglie (pp. 125ss.), La capra (pp. 193-219) o Il maiale (pp. 157-92), ponendo tra le altre attenzione all’esposizione dei termini “querela” o “querelarsi”, dove il lamento è trasparenza del dolore connaturato alla nascita che si porta appresso il senso di colpa del peccato originale e determina la «natura inconsciamente biblica del pessimismo di Saba» (S. Solmi, cit. pag. 200, n. 17).

A mia moglie, la poesia-preghiera, è il volano («la prima grande poesia nella quale si imbatte chi legga per la prima volta il Canzoniere», scriverà Saba in Storia e cronistoria del Canzoniere), primario referente della consuetudine testamentaria del triestino, dove «si rivela particolarmente proficuo affondare lo specillo per sondare la consistenza biblica» (pp. 140-1).

È «la pienezza istintuale che parifica la “selvaggia” Lina alle femmine dei “sereni animali”» che la fa entrare «a sua volta in comunione con Dio» fino a farla divenire «una sorta di primigenia divinità tellurica, una Grande Madre […] perpetuatrice della vita attraverso la generazione», di cui le consorelle bestiali presentano, «in guisa di paredre, prerogative specifiche: regalità la gallina; sacralità la cagna; fecondità la giovenca, la coniglia e pure l’ape, se con­siderata, in quanto bottinatrice, in una prospettiva ampliata alle modalità ri­produttive del regno vegetale; previdenza la formica […]; facoltà rigenerativa la rondine» (p. 105).

Il maiale rappresenta l’elemento di snodo tra due distinte stagioni creative, «dal verismo ruvido e accalorato delle rime salernitane [Versi militari] all’assorto liri­smo del parvus libellus [Casa e campagna]» (p. 187), dove al pregustato piacere culinario de «la massaia [che] ride dalla soglia» fa da contrappunto la sovrapposi­zione tra poeta (osservatore, che immedesimandosi nella vittima sente nelle pro­prie carni «il coltello») e animale, mentre ai suoi lamenti risponde con «dolorosa solidarietà» il cane, «un non umano che si fa carico «del compianto per la morte del porcello» (p. 170).

La capra è la poesia in cui maggiormente scorre il rivolo del rapporto di Saba con «la memoria del sangue materno», ossia il suo ambivalente rapporto con le proprie origini ebraiche. Ma se gli animali avvicinano a Dio, per la capra allora valga una volta per tutte il valore “salvifico” dei due capretti, il primo sacrificato nel rito di purificazione (Levitico XVI, 18-19), mentre sul capo del secondo Aronne confes­serà simbolicamente con gesti e parole «tutt’i peccati dei figli d’Israel, tutte le loro colpe e tutt’i loro trascorsi» poi sperdere nel deserto dove porterà tutti i peccati umani (ibid. XVI, 21-22).

Una poesia religiosa, dunque, che la Minutelli ha saputo documentare con rara competenza e, cosa non di poco conto, tralasciando i massimi sistemi e prendendo in mano uno per uno i testi del triestino e le fonti loro sottese. Un exemplum critico che offre altra linfa e angolazione di lettura tanto ai critici quanto all’avventizio let­tore e, non ultimo, ai milioni di poeti (internauti e non), perché la lezione del triestino, conforme alla poesia onesta connessa al vero e giusto, passa pure attra­verso le parole del denso e profondo, non facile lavoro della Minutelli, come tacito invito ad avvicinarsi, sereni lettori e poeti, a Saba e alla sua Arca, senza infingi­menti e presunzione.