Per una presentazione (prevista oggi 23 marzo e annullata) al tempo del Covid-19

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Oggi alla Biblioteca Comunale Ariostea di Ferrara avrei presentato, seguendo la traccia sottoriportata, la silloge di racconti di Zena Roncada, Le bambine. Storie di sguardi sottovoce, Pentagora, Savona 2019.

Anche l’editore, che ringrazio, ha voluto riportare il testo sul suo blog (Blog.Pentagora.it).

 

Se dovessi inserire un esergo a questa breve presentazione sceglierei una annotazione del 10 dicembre 1938 dal Mestiere di vivere di Pavese:

«L’infanzia non è soltanto l’infanzia vissuta, ma l’idea che ce ne facemmo nella giovinezza, nella maturità, ecc. Per questo appare l’epoca più importante: perché la più arricchita dai ripensamenti successivi” (10 dicembre 1938) e la completerei con le parole di Zena da un post pubblicato il 10 dicembre 2019 nella sua pagina facebook: «Vivere tutte le proprie età significa continuare ad avere il cuore ingombro di passioni: riviversi ogni giorno da persone intere, incantarsi, provare meraviglia di fronte alle cose, alle parole e alle persone: lasciare accese le luci, anche quelle di casa, per vedere il bello che c’è nella realtà e ritrovare la dolcezza in qualsiasi cosa».

Ma dove eravamo rimasti?
14-04-2014 la presentazione di Margini. Storie di donne e uomini senza storia, 17 ottobre 2016 quella di Qui come altrove. Eravamo rimasti all’umano di un mondo sostanzialmente di adulti con lo sfondo privilegiato del fiume, il Po, con qualche scappatella verso la città o la riviera romagnola. La vita delle persone di un borgo che ci veniva restituito intatto dalla penna della Roncada. E cosa si può fare con una penna se non scrivere parole? Quelle parole che, scriveva Heidegger, «non sono parole per esprimere il pensiero, al contrario sono condizioni per poter pensare».
Nella presentazione di Qui come altrove avevo letto una poesia di Fabio Franzin, Daa seménzha dei sésti / Dalla semenza dei gesti, dove il poeta di Motta di Livenza ricordava che «L’è dai sésti che nasse ‘e paròe / è dai gesti che nascono le parole», e a quella poesia ho ripensato leggendo le righe conclusive dell’ultimo racconto “sinottico” (sinottico perché l’ultimo è “fuori catalogo” come appendice e ben più lungo delle precedenti ventinove), La bambina della vecchia con la sporta: «Capì che le parole sono gesti: possono far felici, come un regalo mai aspettato, mai richiesto».

Avvicinarsi alla scrittura di Zena Roncada è un mettersi alla finestra, osservare il passaggio e contemplare il paesaggio grazie a uno stile sempre lieve, pulito, un lessico preciso che restituisce il sapore e il valore del ricordo, individuale e collettivo, insegna i mestieri, le piante, i fiori, la gente nella quotidianità con i tic e le minutaglie. Questa poesia è lo specchio nel quale ci osserviamo e ci perdiamo, non ci disperdiamo, perché le bambine della Roncada sono una compensazione a ciascuno di noi per quel tralasciare ciò che è sempre stato il tesoro della nostra esistenza, l’affetto per le cose, il quale discende dagli affetti più grandi. Le cose erano la bambola di pannolenci, il chiosco “sull’orlo del sagrato”, la bottega dei semi e tutte quelle cose ingoiate oggi dai centri commerciali o rimaste vive solo nel ricordo.
Bisogno di nostalgia, allora, la silloge di Roncada? No, piuttosto direi un invito a scoprire oggi l’infanzia per i suoi bisogni, il diritto all’attenzione, alla condivisione, all’accompagnamento verso il futuro, perché le bambine che incontriamo nella silloge sono tanti tratti di umanità spensierata, nella durezza, sì, della vita vissuta ma con un cielo azzurro che si apre davanti agli occhi, senza l’improbabile mito dell’effimero che annienta oggi tante infanzie.

Ma cos’ha la scrittura della Roncada di tanto speciale? Nulla, verrebbe da dire, ma è nulla la discrezione, raccontare sottovoce, la semplicità, l’assenza della banalità? Sono parole sobrie quelle che leggiamo, parole che comprendiamo subito, costrutti lineari senza sospensioni e incidentali a distogliere l’attenzione, poi… poi la sonorità, è una prosa che canta. Si legga l’incipit del racconto d’apertura, La bambina della bottega dei semi, nelle prime 12 righe abbiamo 5 periodi brevi costituiti da 11 endecasillabi, 2 settenari, 2 decasillabi ipermetri e un dodecasillabo, e se vogliamo uscire dalla conta delle sillabe, ecco un esempio dove comunque ogni parola suona: «La svegliò il silenzio, quello fermo e compatto della notte fonda, quando la civetta non sfrangia più le ore e nella strada non gira il grido della luna». (La bambina dello spirù)

A volte si suole dire che la scrittura è un dono, certo madre natura qualche dono ce lo fa, ma la scrittura è un dono che ci fa solo la lettura. e l’esito in Zena è frutto di centinaia e centinaia di buone letture, lasciandosi scientemente rapire, fagocitando tutto, mescolando e restituendo tutto con un proprio stile. Ecco cos’ha di tanto speciale la scrittura di Zena Roncada, è una scrittura sempre viva, una sonorità interiore che ritorna ricordi e immagini, profumi e sorrisi. Sedimenti depositati in un luogo, isotopici verrebbe da dire, e riemersi, magari, in un giardino pensile nel quale entrare con tanti angoli di lettura e di scrittura, da dove Zena ci restituisce quello che avevamo seppellito nei meandri del nostro povero e anche un po’ cupo presente.

La narrazione si trasforma in descrizione con cadenze metriche, il trasporto “retorico” induce il lettore a far propria l’onda e a cullarsi dentro un miele sempre più dolce. Una sintassi che non ingarbuglia, limpida, come il lessico con qualche licenza in dialetto: brisa, bugàdi, con qualche regionalismo (gibigiana, slentare e sgrisolare), e non manca qualche neologismo (pianellare, indistinguere), come le descrizioni così precise, così ricche e arricchenti, si pensi alla varietà dei fiori delle piante degli animali.
Poi l’inserimento delle citazioni di filastrocche: «Manina bella manina, cos’hai mangiato stamattina?…» (La bimba dello spirù), le canzoni: Amapola «la sfinge del mio cuore sei tu sola», Maria la-O «tu mi fai sognar» ne La bambina nella sala, figlia di «un padre che non c’era e non si sapeva e dei silenzi in casa», ma piena d’ammirazione quella sera, mentre «Sua mamma ballava e non sapeva nulla» delle maliziose risate degli uomini: «Era così bella e giovane, sua mamma»; o Campagnola bella tu sei la reginella che «alla piccolina sembrò il canto delle sirene» in chiusura de Le Bambine del mare e del libro. E se l’incipit del salmo 42: «Come cerva che assetata/ brama l’acqua di un ruscel,/ così l’anima turbata/ con speranza volgo al ciel», inno della chiesa valdese, dove la cerva che cerca l’acqua è l’anima angosciata che cerca conforto in Dio, apre il racconto La bambina della Morgana, con il nonno che entra canticchiando nella bottega, il racconto si chiude col buio in attesa dei burattini mentre la fisarmonica accompagna le parole “pagane” di una breve poesia con Fagiolino che, con il conforto della Fata Morgana, potrà accorrere per la libertà della principessa: «La fata Morgana/ sarà a te vicino,/ nessuna tema/ mio buon Fagiolino…»
E i sottesi richiami al governo Tambroni (giugno-luglio 1960) e ai «giorni delle lotte, là, in campagna, con la celere tutta dispiegata, crumiri e braccianti sui due fronti» (La bambina della vecchia con la sporta) che ci dicono gli anni di quelle bambine oggi. Oppure quel periodo (anni Cinquanta) quando le mimose erano «roba rossa, troppo rossa» per la signora della villa, solo gialla per l’innocente bambina: «Ma la mimosa è gialla!!!, disse la bambina. La mamma le mise una mano sulla bocca».

Le bambine di questa raccolta non sono quelle di Fine dell’infanzia montaliana «in cui le nubi non sono cifre o sigle/ ma le belle sorelle che si guardano viaggiare/… nell’età illusa» (corsivo mio). Qui c’è l’età della curiosità, della sorpresa, della magia, dello stupore, della meraviglia, dei desideri, delle infrazioni, del pudore, della vergogna per una piccola bugia e del pentimento che nasce dentro, della paura del buio, dell’immaginario animale e di quelle che oggi diremmo false notizie, ahimè con pompa anglica.
Nel racconto La bambina del cimitero (e chiudo) è emblematica la bambina che trasgredisce, una finestra su quell’infanzia di giochi inventati «senza paura alcuna… solo col disagio, che grattava al fondo, di una bugia a metà» dentro un cimitero (dove «cosa mai poteva accadere di cattivo?» che richiama tanto il «giocavo ignaro» del sonetto Alla mia nutrice, secondo testo del Canzoniere di Saba: «Qui – mi sovviene – nell’età primiera,/ del vecchio camposanto fra le croci,/ giocavo ignaro sul far della sera».
Si potrebbe andare più lontano con gli accostamenti, le allusioni soffuse, eppure oggi dove non solo in “altri mondi” l’infanzia viene negata, la Roncada ci ha dato un vademecum per riportare l’infanzia, le sue cose, i suoi gesti e le sue parole, alla naturalezza e spontaneità degli affetti, al donarsi ai bambini negando l’imperante filosofia del do ut des, restituendoci, per dirla con Pavese, “stampi di un’infanzia”.

Recensione a “Fortissimno” di Matteo Bianchi

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Matteo Bianchi, Fortissimo.Poesie, Minerva, Bologna 2019

Sola speranza oh lieve
Che di noi fa la vita trasmutarsi
Senza sole disfarsi come neve
Viltà tepore fuoco di cui arsi

(G. Giudici)

Se Fortissimo, titolo che richiama per stessa ammissione dell’Autore Pianissimo, è una provocazione, forse, allora, richiama anche Fortezza e quindi sfida il Lettore cartaceo, quello che assapora – ben diverso dall’internauta prevalentemente feisbukiano – il libro annusandolo, piegandolo; talvolta imbizzarrendosi per l’impossibilità di addomesticarlo lo maltratta, lo abbandona tra altri per poi tornare, penitente, a riprenderlo perché le sfide sono sempre avvincenti, anche quando è forte il rischio di uscirne sconfitti.
Fortissimo è la quarta silloge del trentaduenne Matteo Bianchi, edita da Minerva Soluzione Editoriali nella neonata collana «destinata ai giovani poeti», Cleide, diretta da Giancarlo Pontiggia e Cinzia Demi. Operazione lodevole, ma forse, nonostante l’età, per Bianchi si potrebbe dire che la definizione vada un po’ stretta, perché Fortissimo rappresenta un tassello del suo percorso che evidenzia una crescita costante, non diremo tanto rispetto alla raccolta d’esordio, Fischi di merlo, dove ad ogni pagina troviamo il «momento aurorale» del poeta, quanto a La metà del letto (Barbera 2015) che indirizza decisamente verso la maturità il Nostro. È silloge, Fortissimo, che inserisce il Bianchi in un “catalogo” dei poeti ormai consolidati.
Un poeta che pur frequentando i social ben si guarda – e di questo si ringrazia il Cielo – dal pubblicare in rete i propri testi, proprio perché la scrittura richiede un continuo ritorno – Sbarbaro docet – al testo per quella limatura che ci permette di distinguere a prima vista il poeta dal versificatore, l’originalità dalla ripetitività. Poi resta vera l’affermazione di Giulio Ferroni che la letteratura è ovunque, ma questo è il punto: cosa è letteratura, cosa degno di oltrepassare il presente virtuale, la poesia visiva o l’oralità dello slam, dove più della parola, e la poesia è parola, quasi sempre vale la prestazione.
Ecco allora una buona occasione per plaudire alla poesia e al coraggio di intraprendere percorsi diversi della propria scrittura: «Rileggersi ogni volta significa accettare il proprio cambiamento, sebbene parziale, e asciugarsi buttando qualche vecchio abito fuori luogo per l’io lirico attuale» (pag. 7). Bianchi lo fa con una raccolta divisa in due sezioni, una “prosastica” (Diario di un amore) e una poetica (Mezzo Piano), e in premessa un’intervista che dice tanto del fare poesia e dell’essere poeta di Matteo Bianchi. Due sezioni per un canzoniere d’amore condensate nella dedica: «a M./ per l’ennesima possibilità», perché è solo in amore che esiste l’ennesimo e dove si può giocare con la parola perdóno/per-dono (pag. 26). Senza perdono e senza gratuità (un dono è sempre gratuito) non esiste amore.
Nella prima sezione la passione si snoda nell’arco temporale di nove mesi, periodo che contrassegna la gestazione, l’attesa, movimenti di andata e ritorno (con una Canossa all’orizzonte) tra flash del quotidiano: «Infilavi il cappotto e arrotolavi la sciarpa intorno al collo… seguirti con lo sguardo da una camera all’altra scalza e pensierosa con il plaid a scacchi sulle spalle» (pag. 28), improbabili speranze come «foglie d’autunno che rimangono sui rami, rondini d’inverno sui cavi spaiati» (pag. 29); poi l’uomo che nasce: «Ho deciso precisamente tre anni fa, che non avrei più usato nessuno. Che fosse per piacere carnale, o ambizioni di carriera, non ho più voluto ferire a tradimento e continuo a tracciare la mia rotta senza spada» (pag. 47), senza rinnegare nulla «in modo che la nostra vita sia tutt’uno con la nostra morte» (pag. 48). Parole d’antan vien fatto di pensare, se non fosse per quelle promesse ormai anche da uomo di casa, per l’esecuzione di quei lavoretti come riavvitare le viti del tavolo perché non sporgano più e perché là una bambina «un giorno correrà a nascondersi mentre prepariamo il pranzo, ancora con il pigiama addosso e i capelli incasinati, credendo di non essere trovata» (pag. 49).
Prosa poetica, colta che si distende tra esplicite citazioni letterarie Dante, Pavese, Buzzati, Char o alluse, Roberto Pazzi, Shakespeare…
Nella prima sezione della raccolta Bianchi resta avvolto su sé stesso, nel mondo dei propri affetti scandito in un preciso arco cronologico, nella seconda sezione l’arco è dato nel sottotitolo, un decennio (2008-2018) di scrittura nel corso del quale il lavoro sulla parola indica la svolta con l’allontanamento dai suoni e «dagli schemi della tradizione, quasi fossero un mito per non sentirmi solo» (pag. 8). Il poeta non teme più la solitudine, ma la vede nello spazio emblematico del Mezzo piano.
Esiste il proprio mondo, tra testi che muovono nella scala passato/presente, il mondo altro si palesa nella possibilità del mezzo piano dove avviene l’incontro tra condomini, ma sono incontri casuali, come se l’altro fosse poco più di un’ombra molto meno di un’interazione tra persone, o forse l’interazione è più profonda nell’incontro sul mezzanino, là dove viene fatto di pensare che non s’incontrano altri, ma gli stessi personaggio e poeta, sul mezzo piano l’uno si smembra, si fa trance comunicativa tra due apparenti opposti, una sorta di finzione che induce il lettore a scegliere tra agens e auctor. Ma vi è un lettore che voglia destreggiarsi tra gli interstizi di questa scrittura colta, che annuncia auctoritates (gli eserghi) e introduce nel labirinto della presenza dei calchi, delle allusioni non per sfoggio ma perché patrimonio che Bianchi ha ereditato e introitato col duro lavoro di lettore e saggista? Un’arte anche la lettura, perché scrivere significa aver letto; forse è vero che è già stato scritto tutto, e nella concessione di avere anche letto tutto la scrittura si rinnova come qualunque cosa che vibra nel nostro mondo sensibile e offre la magia di un dialogo tra chi scrive e chi legge, ciascuno contraddistinto da un proprio stato e statuto.

Magra stagione

La data del nostro amore
in tavola
sull’etichetta
di un vasetto rosso.

Quel giorno eterno
c’era già chi
pensava all’inverno:
pomodori secchi. (pag. 65)

 

Passato di sabbia al setaccio
bambino,
qualcosa si salva ostinato
(l’avevi scommesso all’alba)
qualcos’altro ribatte il sole
nei vetri sulla riva relegato,
pur essendo polvere tutto.

Polveri di un gioco insensato
che taglia. (pag. 67)

Zena Roncada, Introduzione a “Al paréa uŋ fógh ad paja”

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Introduzione

Il desiderio nasce come aspirazione ed intercetta il senso di una mancanza: trova la sua radice nel “desero”, in un verbo di privazione.
Segnala una non coincidenza: si spera di ottenere ciò che non si ha, si aspira ad una futura pienezza, che nel presente si dà come vuoto da colmare, o si mira ad una ricongiunzione. È allora che desiderare diventa provare nostalgia, il più intimo dei dolori.
Ma c’è un altro verso del desiderio: quello che incontra la necessità, l’impellenza.
Si tende a raggiungere ciò che è indispensabile alla vita, ciò che la profuma e le dà colore.
In questo modo prende forma e s’addensa il desiderio di poesia di Edoardo Penoncini: come un’urgenza interiore che nasce dal sentirla una sorta di parallela concorrenza alla vita, una sua concomitanza, perché agìta e riscoperta come risorsa del vivere. È la bussola, che, nell’insonnia della notte o dell’esistenza, sa restituire una direzione, un senso, persino i sogni che si sono persi, strada facendo, dentro la casa.
«Non è materia, la poesia», dice Mario Lodi, «è un momento magico in cui i pensieri belli e forti che sono dentro di noi escono e diventano parole: le parole prendono il loro posto».
E queste parole, nella nuova raccolta di Penoncini, Al paréa uŋ fógh ad paja, arrivano ancora una volta dal dialetto e col dialetto sanno dirne la felicità leggera, la dolcezza sottile ed aerea, proprio come quella della cenere, e tale da riconciliare con il mestiere di vivere, cercando.

Cóm l’è bèla la poeśìa…
am sént śbatźà quand a n’iŋ lèź
a tuchìn uŋ póch a la volta
cmè n’dólz trop bóŋ
d’aŋ finìr a la śvelta;
 
l’è aŋch bèl quand agh vàgh déntar
e am dìgh ch’aŋ la capìs
l’am pàr uŋ fógh ch’al làsa d’la zéndar
mó quand a s’aliéva uŋ pó d’aria
zéndar e falìstar ill vóla alźiéri…
j’è paròll ch’j’impìza al ziél
e mi am sént méŋ furèst

È bella, la poesia: coniugata con la lingua della madre e del padre, del latte e del pane, diventa riappropriazione non solo delle radici, ma della testa e del cuore.
Riappropriazione della testa, perché non si può vivere senza la sapienza delle parole, senza la conoscenza di quelle che si sono accoppiate alla propria voce, senza il mestiere che serve per romperle e ricomporle. È un sapere che viene da lontano, proprio di chi, del dialetto, ha imparato la “raza d’tut’ill paròll, paròll da sméŋza” attraverso l’esercizio dell’essere e del fare.
Ed è riappropriazione del cuore, perché la poesia, espressa in “sta ciacaràda aspra e dura”, snida i sentimenti sedimentati al fondo, li rimescola senza barriere; ha un potere abrasivo e collante, insieme: toglie i veli, cancella le sovrastrutture inessenziali, rende fluido lo scorrimento fra passato e presente, fra ricordo e realtà, mette in comunicazione i tempi della vita, i luoghi e le persone che li hanno incarnati, nel loro divenire.
Questa complessità apre i confini sia della poesia sia del dialetto.
Se la prima è arca che, dell’umano, tutto accoglie, dal polo introspettivo a quello della relazione con l’altro, il dialetto s’impone come lingua docile a ogni direzione della poesia, flessibile ad ogni tonalità del sentire e del pensare. È il dono di un repertorio semantico e sonoro che svela un’appartenenza distintiva, fatta di nomi ‘altri’, di suoni che si arricciano, che perdono testa e coda, e sanno farsi grumo ora dolce ora iroso.
Non è lingua per strofette e cantilene, il dialetto di Penoncini, neppure litania consolatoria di ninne nanne: è “uŋ gróp intórn al còl/ par struzàr ill paròll”, è “uŋ curtèl da bcàr/ ch’al tàja la paŋza”, è “na séga ch’la séga i pié”.
Per questo sa trovare le parole anche per la “mufa”, per la rabbia che diventa insofferenza, da non leggersi solo come fastidio ma come in-sofferenza, permanenza del/nel soffrire. Entra, nei versi, infatti, il dolore atavico dei migranti, di uomini in viaggio senza possibilità di approdo, sovrastati dal loro destino, la desolazione dei bambini ebrei nei campi di sterminio, ormai ridotti a brandelli di carne, l’inquietudine connaturata all’uomo, il vagare sulle orme di un mistero, cui non può essere estraneo il poeta. Il poeta, anzi, diventa la cassa di risonanza di quest’angoscia dilagante e la fa sua: è il cane che abbaia alla luna, “uŋ can da guardia/ ch’al nàśa l’aria/ al fà la punta/ iŋstiŋchì/ a uŋ braŋch lagnóś/ spaurì.”
Non è neppure lingua da confinare in una civiltà contadina ormai scomparsa e da custodire nella teca immobile della tradizione, il dialetto di Penoncini: il dialetto rivendica il diritto di dire il nuovo, di camminare cambiando, proprio come camminano i pensieri, che sono un grande volo fra richiami diversi, capaci di guazzare nel silenzio per poi levarsi e interrogarsi sulla vita e sulla morte, sulla fragilità indotta dal tempo, sulle voglie ancora vive come gli affetti più intimi.
È così mobile e sensibile, questa lingua, da soffrire per la dimenticanza. Alla maniera dei vecchi, le sue parole patiscono: non hanno più vicini con cui fare scambio, non sono comprese neppure nella casa dove abitano, per una comunicazione inceppata dal disuso.
Le parole, ci ricorda il poeta, non muoiono appena nate, muoiono quando non entrano più nel circolo vivo e virtuoso della relazione: in questo caso si ossificano e si spolpano, come i paesi che sono stati il predellino di lancio verso i sogni di un altrove in cui realizzarli.
Per non perdere il dialetto bisogna viverlo: allora può trasformarsi in albero che conserva le tracce di ogni età, con le radici salde ma con i rami che proliferano, estesi. E in armonia con la lingua che ha scelto, anche il poeta vorrebbe diventare un albero, ben piantato nella sua valle:
n’arbul alt e gròs/ con dill bèli fój vérdi d’istà/e d’iŋveraŋ mustràr braz śgruplóś/ ch’a pàr ch’i vója ciapàr al ziél;/ pó a primavéra lasàr a ŋ’vént alźiér/ nóa sméŋza da purtàr pr’al mónd/ e man a maŋ ch’la bùta e la crés/ ciapànd al źir dill staśóŋ/ as ricàma al fust ad rugh e cuór/ intajà da źuvnòt in amór.”
Passato, presente e futuro in compresenza, dentro la poesia.

Nevio Spadoni, Considerazioni su Edoardo Penoncini, “Al paréa uŋ fógh ad paja”, puntoacapo, Pasturana (AL) 2019

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di Nevio Spadoni

“Con il dialetto si può parlare con Dio, ma non di Dio”. Questa espressione del celebre Raffaello Baldini riassume una evidente realtà. Il dialetto è lingua dell’immediatezza, e se pur flessibile ad ogni tonalità del sentire e del pensare, non si presta ad alte speculazioni filosofiche e teologiche. Al dl là di questo, come non condividere l’amarezza che anche Edoardo Penoncini esprime in Al paréa un fògh ad paja (Sembrava un fuoco di paglia), edizioni puntoacapo. Per questa lingua che giorno per giorno muore. “Sàt cus’a vòl dir scusàrs in cà to / par na parola ch’at dòpri sol ti /par la léngua ch’la mòr dì par dì? (Sai cosa significa scusarsi a casa tua / per una parola che usi solo tu / per la tua lingua che muore giorno per giorno?). Ma con la perdita e l’abbandono della lingua, il poeta affronta anche il tema della perdita dei nostri luoghi, delle nostre case, e il fatto di una crescente disumanizzazione e indurimento del cuore di fronte al dilagare delle miserie cui assistiamo ogni giorno di essere “anche loro prigionieri di un mondo straniero a una carezza”. Vi sono bisogni concreti, inalienabili, direbbe la Héller, davanti ai quali non si può rimanere sordi e indifferenti. Poi, impressioni, abbandoni ad un mondo passato ma ben radicato nella memoria, Penoncini li esprime con parole accese, come quando descrive il rito cruento dell’uccisione del maiale col suo lungo stridio e pianto, o nel ricordo dell’addormentarsi da bambino con la solita favola. Toccanti e piene di tenerezza sono pure le poesie che richiamano gli affetti più cari, come quelle dedicate alla madre. Ma ancora una volta il poeta si rammarica, quando passati i sessant’anni, ha sentito sfuggirgli dalle mani le parole e i gesti dei vecchi di una volta. Di grande incisività sono poi le ultime poesie, quelle sull’amore e sul mistero, dove veramente “l’amore / nasconde quello che siamo / poi / basta / una bava di vento / per restare / nudi”, e il poeta è fin troppo consapevole che ormai le maschere non servono più. Forse un refolo di consolazione potrà venire ancora dalla poesia. Questo è quanto ci consegna Edoardo con versi misurati, altamente musicali, espressi in settenari, in endecasillabi, o in forma libera, con alcune rime non certo banali, e assonanze, in questo dialetto di area ferrarese, dialetto che nasce dalla carne e dal vissuto del poeta, e che vale la pena leggere e tramandare.

Recensione a Roberto Dall’Olio, Se tu fossi una città, L’arcolaio, con una nota di Romano Prodi, Forlimpopoli (FC) 2019

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di Edoardo Penoncini

Le città di Dall’Olio sono la città dell’amore universale, e a ben vedere “la donna della mia vita” della dedica è l’espansione dell’umanità tutta, quella redenta e quella in cerca di riscatto; le città di Dall’Olio non sono topos e cronos, sono logos che si eterna attraverso l’amore, l’immaginario di un viaggio dove tutto si trasforma e l’amore è passaggio dalla forma al corpo in tutto quanto siamo immersi (cosmo?), l’amore panico, l’amore carnale, l’umanità, carne che si fa e carne che si sbriciola, briciola eterna del già e non ancora tra lirismo e afflato civico.
Nella poesia di Roberto Dall’Olio sussistono e persistono residenza e resistenza, una fedeltà che emerge nell’opera poetica, ma anche nella saggistica, nella quotidianità sociale e famigliare, perché tutto è vita e la vita per il Nostro è partecipazione, coinvolgimento, convinzione, abbraccio e sdegno. Sarebbe facile distinguere la scrittura poetica con etichette: poesia d’amore, poesia civile, poesia lirica… continuando a mantenere in essere una distinzione ad arte. Ma quando raccolte come Il minuto di silenzio (Edizioni del Leone 2008), La notte sul mondo (Mobydick 2011), e Irma (L’arcolaio 2017), che d’acchito definiremmo poesia civile, le mettiamo accanto a La morte vita (Edizioni del Leone 2010), Viole d’inverno. Canzoniere d’amore (Minerva 2014) e Tutto brucia tranne i fiori (Moretti & Vitali 2015), poesia intima e degli affetti, non possiamo non intravedere una reductio ad unum che consente al poeta di “riveder le stelle” attraverso l’amore, un sentimento sempre pieno per l’altro e l’umanità tutta.
Un libro che parla di città, certo i nomi sono reali, reali sono i fiumi (Senna, Vistola, Arno…), ma forse non sono città meno invisibili di quelle di Calvino. Da nessuna parte esiste oggi una città dell’amore, non vivremmo tra colonnine che misurano qualità dell’aria, consumi e controlli della raccolta indifferenziata, isole di plastica… se panico fosse aggettivo (natura creatrice) e non sostantivo (ansia, terrore). E allora per restare all’àncora delle invisibili città calviniane perché non riproporre la domanda del Khan a Marco Polo: «Viaggi per ritrovare il tuo passato? Viaggi per ritrovare il tuo futuro?» (Calvino, Le città invisibili, Mondadori, Milano 1993, pag. 27). Ben diversa è la risposta di Dall’Olio, foss’altro perché al viaggio reale del veneziano stanno pennellate in versi in grazia della Musa che riempie la quotidianità domestica del poeta e la risposta al Khan vedrebbe l’altrove come specchio positivo, non negativo, per riconoscere il tanto che è suo, non il poco, non per scoprire il tanto che non ha avuto e non avrà. Eppure qualche altro accostamento si può ipotizzare, perché nelle città del poeta bolognese come in quelle di Calvino ci sono gli occhi che guardano e si fanno interpreti dei colori, ci sono gli scambi, i desideri, i sogni, la memoria e mille squarci perché il lettore, di là dal messaggio di fondo premesso nella dedica: “Alla donna della mia vita”, possa cogliere l’umanità profonda che alberga nella poesia di Dall’Olio.
Se tu fossi una città è una raccolta dell’estasi dove il viaggio si trasforma nella stasi del presente, nella quiete rassicurante dell’amore «a misura d’uomo» avvolto nella coperta di Linus (p. 115), nelle meraviglie architettoniche, fino ai simboli, che dànno al poeta il senso della persistenza di valori e ideali, come «quella grande piazza» (126) di Cuneo intitolata a Duccio (Teodorico Galimberti), o quel volo radente su «quei muri di marzapane… / ma Norimberga / lo vedresti che è rifatta» (p. 71).
Le città di Dall’Olio sono anch’esse «città in cui si scambia la memoria a ogni solstizio e a ogni equinozio» (Calvino, p. 35), come a Bologna dove al ricordo del «sognatore (Giuseppe Massarenti) / di una repubblica socialista» si mescolano gli slanci di giovani innamorati che dopo corse «a perdifiato / a San Luca / a goderci noi / tra Alpi e Appennini» (p. 65), ma non sempre vince il finale idilliaco, come in Parigi «questa moderna / a tutto Disney // la rive gauche / senza la gauche» (p. 67), eppure in precedenza Parigi era la città «dove ci siamo / conosciuti / abbiamo gettato nella Senna / il tempo e gli orologi / vivendo sorrisi / in tempi luminosi / e mogi» (p. 22), così il volo sulla città rifatta insegna che «la memoria è profonda / come l’amore / come il terrore» (. P. 72).
Un viaggio per le città del mondo, tra echi mitologici, orientali sapienze, amore quotidiano per approdare all’explicit della nota di Romano Prodi: «riflessione sulla bellezza e complessità dell’amore e della vita. Mi pare che sia questo il vero compito della poesia e della scrittura, quello di esporre con la semplicità di un verso temi e valori che appaiono complessi e difficili da esprimere» (p. 12).