Recensione: Gina Nalini Montanari, Carnevali rinascimentali a Ferrara. La corte estense si diverte, Nuove carte, Ferrara 2017

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Con la Prefazione di Carlo Bassi ci si addentra nell’ultima fatica di Gina Nalini dedicata ai carnevali estensi nell’ultimo secolo del ducato a Ferrara. Chiudo il libro, lascio i miei appunti riposare e dalla memoria emergono parole pronunciate dalla Nalini, anche se non ricordo l’occasione precisa in cui le ascoltai, ma certamente in un evento pubblico, parole di gratitudine verso Ferrara, che l’aveva accolta e sempre considerata con benevolenza e attenzione, riconoscendole la genuinità e serietà delle ricerche. Credo che oggi Ferrara debba riconoscere a Gina altrettanta gratitudine per quella benevolenza e attenzione ricambiata con affetto e partecipazione alla vita culturale e civile della città, e il volume sui Carnevali ne è l’eco più recente.
Ma proviamo ad addentrarci nelle pagine e nelle vicende, giocando più sull’aggettivo (rinascimentali) che sul sostantivo (carnevali), perché a me pare che l’impegno di scavo della Nalini sia riduttivo se l’occhio si arresta al sostantivo. Ampliandone lo sguardo alla connotazione aggettivale ne emerge un quadro ad ampio spettro, dalla giocosa/gioiosa rappresentazione dei carnevali estensi, con le implicazioni teatrali e le cavallerie, allo sfondo sociale ed economico, al quadro politico micro e macro, che da Ferrara si allarga almeno al quadro italiano, alla storia diplomatica e alla politica dei matrimoni che si intreccia con la storia del gusto e del cibo, del costume e della moda (come non pensare all’uso sociale degli abiti e al bel libro di Giuseppina Muzzarelli, Guardaroba medievale. Vesti e società dal XIII al XVI secolo, Bologna 1999), alla storia culturale in senso stretto e a quelle figure, note e meno note, che hanno fatto della Ferrara quattro-cinquecentesca un’officina, anche in senso longhiano se non sembra irriverente, e una scuola.
Sequenze narrative, narrazione che si srotola, dichiara Gina Nalini (p. 17), scansioni temporali che agevolano il lettore tra simboli, rituali e cerimonie, là dove tutto diviene rappresentazione, messa in scena del trionfo. I carnevali estensi sono l’espansione del ludus nobiliare, per dirla con il Buckhardt «un vero passaggio dalla vita reale a quella dell’arte» (La civiltà del Rinascimento in Italia, trad. it. Sansoni, Firenze 1968, p. 370), momento di una liturgia che innalzava a imperativo categorico il «vivere con eleganza anche i piaceri della vita» (p. 19) e d’obbligo è il rinvio agli affreschi del Salone dei Mesi di Palazzo Schifanoia. Allo stesso modo come non pensare ai trionfi e alle giostre messi in versi da Lorenzo de’ Medici o dal Poliziano, là dove fiorisce la primavera e riprende vita l’allegra brigata, a Ferrara l’emersione mitologica è data dal carro, dalla danza, dal canto, dai combattimenti e dall’acqua delle cavallerie, dai conviti dopo la sfilata per la Giovecca a corte e nei palazzi. Una trama tessuta dai carnevali di Ercole I a quelli di Alfonso II.
Questa era la festa, la gloria e l’esaltazione di casa d’Este poi, certo, dietro il brillìo degli ori e degli argenti, la spensierata partecipazione alla sfilata e allo scambio dei ruoli (ma quanto vero scambio?) restava la triste condizione del popolo, come il Bassi vuole sottolineare nella sua introduzione, rinviandoci a due giganti della storiografia ferrarese, Luciano Chiappini e Franco Cazzola. Ma seppur di passaggio la Nalini non sottace i fatti in un contrappunto di sottintesi, perché quando un piatto della bilancia si innalza, l’altro si abbassa e l’economia ferrarese non valeva quella di altre corti o città come quelle fiorentina, milanese o veneziana per restare nell’immediato circondario, ancor più se rapportato al livello di spesa per mantenere quel ruolo diplomatico a cui gli Estensi ambivano per giocare alleanze militari e matrimoniali. È però vero che la pressione fiscale solo in città era passata tra il 1592 e il 1598 da 656.500 a 673.498 lire e che le entrate di Alfonso II erano raddoppiate rispetto a quelle del padre Ercole II, a tutto svantaggio, peraltro della parte orientale. La crisi economica delle campagne, l’enorme numero delle corvèes imposte ai sudditi, il calo demografico contribuirono ad appianare le ultime resistenze di chi a Roma ancora tentava di evitare la Devoluzione (M.T. Fattori, Procedura e cerimoniale romano della Devoluzione, «Schifanoia», 38-39 (2010), parte II, Atti della XII Settimana di studi rinascimentali: Dagli Estensi al governo pontificio. La Legazione di Pietro Aldobrandini, pp. 137-8; M. Folin, Rinascimento estense, Laterza, Bari 2001, pp. 346-7).
Pur nella direzione principale della festa e dello sfarzo, emerge dal libro un quadro suggestivo e variegato e la lettura dei Carnevali della Nalini permette non poche riflessioni a chi, come me, ricorda ormai lontane letture sul carnevale erano incentrate su una ribellione (E. Le Roy Ladurie, Il carnevale di Romans) o sul rapporto tra partito di massa e tradizione carnascialesca (M. Bertolotti, Carnevale di massa. 1950).
L’analisi dell’Autrice accompagna nello specifico estense, con una prosa che apre alla meraviglia e trasporta, alato Ippogrifo o moderno drone, lettore e turista a cogliere lo spessore del rinato carnevale, in un viaggio dai solidi agganci alla documentazione delle fonti cronachistiche, con il corredo di ben trentuno riproduzioni fotografiche a colori, finestre in sequenza cronologica con i dettagli del vestiario, degli addobbi. delle portate, delle musiche e delle danze a cui «la fioritura di tutte le forme d’arte, che caratterizzarono la cultura del Rinascimento, diede rinnovato impulso» (p. 26). Ma poi, ad ampliare lo spettro della festa, le annotazioni relative al clima, come il grande gelo del 1477 e la conseguente carestia, le relazioni diplomatiche, i contratti di matrimonio, la ricerca dell’erede al quale affidare la successione nella difficile trattativa con il papato soprattutto dopo la pubblicazione della bolla Admonet nos del 1567, che accompagnò come una spada di Damocle gli ultimi trent’anni del Ducato con la speranza della nascita dell’erede maschio che si rinnovava ad ogni matrimonio, dal «magro Carnevale del 1568» dove «I nobili cavalieri, invece delle ricche quintane, dovettero accontentarsi della corsa all’oca… Invece delle solite giostre, nel cortile del Palazzo Ducale si svolse un combattimento tra due cinghiali e sei facchini che indossavano abiti da cavaliere, ma impugnavano un grosso bastone… Altra buffoneria fu la corsa all’anello» (p. 954). Giochi senza frontiere, verrebbe da dire, ante litteram. Poi il terremoto del 1570, i lutti, la scomparsa delle Cavallerie dal 1574, l’aumento delle spese, i tentativi tra speranze e delusioni per una deroga al diritto di successione, fino all’ultimo carnevale del 1597 e alla morte di Alfonso II con le sue ultime volontà inascoltate, mentre il 28 gennaio 1598, un variegato corteo accompagnava l’ultimo estense, don Cesare, lungo il Viale degli Angeli per raggiungere Modena. La nemesi sta tutta nella data, che in altri anni avrebbe aperto il carnevale e nel rovesciamento dell’incanto: la mestizia del corteo rovesciava l’antica allegria del rito della maschera dei Saturnali, di quella sorta di paese di Cuccagna in cui il popolano mascherato irrideva il Signore, come razione consolatoria alle inadempienze della quotidianità e magari coltivando davvero la speranza che quei giorni non finissero mai.
Poi ci furono ancora festeggiamenti, come l’entrata in città del nuovo signore, il cardinale Aldobrandini, dopo la Devoluzione, ma Ferrara con le sue strade continuò a rivestirsi del suo silenzio e il popolo a non soffrire di particolari picchi colesterolici o glicemici.
Può esistere una conclusione per l’indagine storica? Certamente, no! Lo scrisse Marc Bloch in La società feudale: «La storia ha tutto il fascino di un’indagine incompiuta» e Gina Nalini con Carnevali rinascimentali a Ferrara ha saputo indicare molte direzioni di approfondimento e, per il lettore attento, uno stimolo forte a leggere e leggere ancora.

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Recensione “Sul patrimonio artistico italiano tra la fine del Settecento e i primi dell’Ottocento. Antonio Canova Ispettore Generale delle Antichità e Belle Arti dello Stato della Chiesa” di Alda Pellegrinelli, L’orto della cultura, Pasian di Prato (UD) 2016

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Una citazione a mo’ d’introduzione dal Discorso di un italiano intorno alla poesia roman­tica, nella quale, do­po aver incitato alla difesa dell’ono­re della nazione ri­cono­sciu­to nella gloria delle let­tere e delle arti, Leo­par­di prose­guiva con l’esaltazione del recente recu­pe­ro del­le opere d’arte in­viate a Parigi nel 1796 e, dopo il Con­gresso di Vien­na, «ritor­nate alla pa­tria».
Nel testo che segue il poeta recupera dal dibattito set­te­cente­sco il tema dell’exemplum virtutis associato al valo­re normativo del­le opere e vi integra l’immagine di uno spazio sociale e culturale determi­nato dal pae­saggio, còlto come componente identitaria in rapporto alla ma­turazione del genio italico: «Che valse che quella nazione il cui dominio consumato nella decima parte di un secolo, tanto ha durato meno del nostro quanto era degno, ci rapisse le opere de’ nostri artefici, e sfornisse le vie le case i tempii gli altari nostri per adornare le sue piazze e le sale, forse anche i tempii e (95) / gli altari in­sangui­nati, quasi le dovesse fruttar gloria e non vergogna l’aver tolto colle armi a un popolo inerme quelle opere ch’ella forzatamente ammirando e in­vi­dian­do, non seppe né sa produrre? Non le opere dovea rapirci ma gl’inge­gni, e quella divina fiamma che non ci fa ebbri né pazzi né rabbiosi, non dia­voli in­carnati né bestie, ma quasi numi; né però ci taglia i nervi, né c’empie di su­perstizione e codardia, né del timore d’offendere occhi e orec­chi pau­rosi e schivi della natura, né ci manda dietro alle inezie e alle bolle per pia­cere a un popolo tutto fatto di spuma, presso al quale è vanto la legge­rezza come presso gli altri la gravità, né ritrova lode una pagina che non sia stillata per lambicco dal cervello dello scrittore, biasimato e disprez­zato ogni volta che non sia spiritoso. Certo quelle tele e quei marmi cattivi (la­tini­smo per pri­gio­nieri) in un luogo dove confluia tutta l’europa (con la mi­nu­scola, sic!), ac­cu­savano la povertà e la superbia di quella gente, e predica­vano l’eccel­len­za e ricchezza di questa terra ch’ella ha sempre odiata e odierà, già vinta da le ar­mi nostre armata e potente e ripugnante, poi vinci­trice di noi fiacchi ed iner­mi ed immobili, ma sempre vinta nelle arti e nello scrivere, ch’è ma­schio presso noi, femmina imbelle e civetta ap­presso lei. Ora questa, debel­lata due volte dal ferro, e aperto due volte l’artiglio, ha rilasciato la preda; e quelle opere immortali ch’erano e saranno sem­pre nostre, dovunque la for­tuna le sbalzi, ritornate alla patria loro, alber­gano qui fra noi, beando gli oc­chi e gli animi nostri, e quasi gridando ci esor­tano ad emulare quei divini ar­tefici na­ti da una stessa madre con noi, che imitando questa natura, e con­templando que­sto cie­lo e questi campi e que­sti colli, a se medesimi acquista­rono e alla pa­tria man­tenne­ro nome e glo­ria più durevole dei regni e delle nazioni» (G. Leopardi, Discorso di un italiano intorno alla poesia roman­tica, Edizioni Casagran­de, Bellinzona 1988, pp. 95-6).
Come sempre, in un saggio l’indice rappresenta la cartina di tornasole per un primo riscontro e determina il primo impulso nel lettore per avviare la let­tura o, malauguratamente, rinunciare ad andare oltre. Il volume è suddi­vi­so in quattro parti e l’indice è stimolante:

  • la prima relativa alle azioni di tutela del patrimonio artistico precedenti il Chi­ro­grafo Chiaramonti, firmato dal pontefice Pio VI, ma steso da Carlo Fea; il quadro storico dopo ­la campagna d’Italia di Napoleone, la com­pra­vendita delle opere d’arte nella Roma del Sette­cento; requisizioni e rea­zio­ni
  • nella seconda parte gli interventi di Canova come Ispettore Generale delle Antichità e Belle Arti, unitamente ad alcuni approfondimenti che dànno la misura dell’attività del Canova nel recupero delle opere d’arte e di quella a fa­vore delle Accademie e delle scuole d’arte, nonché dei giovani artisti e degli indigenti
  • la terza parte pone a confronto il chirografo Chiaramonti con il succes­sivo Editto Pacca e compie un excursus sulla normazione post-unitaria circa la conserva­zione museale e archivistica
  • la quarta parte, assai importante, riporta la documentazione di più stretto inte­resse, compreso l’elenco delle opere rientrate in Italia, per la compren­sione dell’azione canoviana e la conoscenza del quadro norma­tivo all’in­terno del quale si mosse l’artista

Non è un obbligo citare Benedetto Croce e la sua Teoria e storia della sto­rio­gra­fia del 1917, prima edizione edita in Germania nel 1915, ma in mo­menti come questo che stiamo vivendo e per ricerche come quella della Pel­legri­nelli pare importante.
«Ogni storia vera, è storia contemporanea…» non perché la contempora­nei­tà deb­ba essere una classe della storia, ma perché costituisce il carattere intrin­seco di ogni storia, ovvero un rapporto di unità con la vita. E questo rapporto sto­ria/vita emerge nel volume di Alda Pellegrinelli.
Il legame tra vero e contemporaneo altro non è che il concreto dell’esistere, del­l’essere, del vivere. Certo il passato, oggi, sembra sempre più morto e se­polto, semplicemente perché lo viviamo inconsciamente nei gesti più ba­na­li, magari demodé come offrire il braccio destro alla propria compagna, ce­derle il passo all’uscita o precederla nell’entrata in un locale pubblico, o per­ché semplice­mente parliamo e scriviamo ancora in latino anche quando usia­mo termini inglesi come manager o computer, o ne storpiamo la dizione co­me Venus, plus, media… Ecco allora che i concetti di contemporaneità e ve­ro emergono con un vigore, ma verrebbe da dire fragore, eccezionale quando og­getto di studio sono i Beni culturali e non a caso uso l’espressione Beni culturali e non quello di Belle Arti o Antichità del titolo della ricerca della Pellegrinelli, perché mi pare rappresentare con estrema vicinanza la realtà nostra, italiana, per un patrimonio culturale, ahimè anche ambientale, al qua­le sempre meno si presta attenzione e cura. In compenso mai come oggi ab­biamo l’opportunità di fruirlo realmente e virtualmente. Questa la pre­mes­sa!
La ricerca invece rappresenta un punto importante dello sviluppo di un tema che la Pellegrinelli aveva affrontato nel 2011 nel corso di una relazione per conto del Comitato Provinciale di Treviso dell’Istituto per la Storia del Ri­sorgimento Italiano e la pubblicazione nel 2016 si accompagna, forse un ca­so e comunque tra congiunture astrali si resta, alla mostra Il Museo uni­ver­sa­le. Dal sogno di Napoleone a Canova, a cura di Valter Curzi, Carolina Brook e Claudio Parisi Presicce, Roma, Scuderie del Quirinale 16/12/2016-12/03/2017.
Immergersi nella ricerca della Pellegrinelli dà un senso di conforto da un la­to e di disagio dall’altro, perché se ripercorrere la storia della legislazione del­lo Stato pontificio, che poi entrerà per molti aspetti in quella dello stato uni­tario italiano, ci dà il senso dell’«attualità» di un valore intrinseco all’o­pera d’arte figurativa e a quella meravigliosa quantità di te­stimonianze ma­no­scrit­te, e non solo i codici miniati, dall’altro produce lo sgomento per il di­sinte­resse di quel “valore”, che solo a parole si continua a dichiarare vera e ormai unica ricchezza del nostro Paese.
Spesso parlando del periodo napoleo­nico si mette in evidenza il saccheggio del patrimonio artistico ita­liano, senza cenno a quel­lo bibliotecario e archi­vi­stico, e che il tutto avvenisse alla “lan­ziche­necca”, con la semplice logica della razzia.
La Pellegrinelli, invece, ci racconta come avvenne la scelta del prelievo che partì da Milano, con la sottrazione di venti dipinti tra gli altri di Tiziano, Raf­faello, Ru­bens e manoscritti da quel gioiello conservato alla biblioteca Am­brosiana che è il Codice atlantico di Leonardo. Un prelievo mirato, non al setaccio, non quel che arrivava tra le mani si portava via, tanto che era st­ata nominata un’apposita commissione per individuare i materiali da pre­levare e, non a caso, tra i commis­sari vi erano naturalisti, un chimico, un ma­tema­tico e un archivista, e tra i consu­lenti, ovviamente, numerosi artisti.
E quando i commissari partirono, ben spesati, alla volta dell’Italia non ar­ri­va­rono a mani nude, ma consapevoli di dove dirigersi grazie agli elenchi di­sposti dai direttori del Museo centrale e della Biblioteca nazionale.
Purtroppo l’immen­so patrimonio prelevato da Milano a Parma Modena Bo­logna, da Venezia (i cavalli in bronzo di san Marco, frutto comunque del sac­cheggio durante la cosid­detta quarta crociata nel 2004, per non dire del sim­bolo della Serenissima, il Leone) a Ravenna, da Firenze a Perugia Roma Na­poli, divenne il tributo di guerra per la campagna napoleonica in ot­tem­pe­ranza all’Armistizio di Bologna del ’96 e del Trattato di Tolentino del­l’an­no successivo.
Lascerò al lettore il piacere di scoprire chi alzò la propria voce dichia­rando illegittima la spoliazione francese del patrimonio culturale italiano, se non per ricordare quanto Quatremère de Quincy nel 1796 scrisse nel pam­phlet, Lettres à Miranda, cioè dell’indissolubile rapporto tra l’opera d’arte e il luo­go nel quale nasce o al quale viene destinata. Lo sradicamento dell’ope­ra d’ar­te da quel preciso contesto la rendeva “altra”, ovvero veniva meno e com­promessa la sua leggibilità. Questo almeno fino al viaggio che Canova fece a Londra alla fine del 1815 chiamatovi per valutare prima dell’acquisto da par­te del regno d’Inghilterra i marmi del Partenone.
Quello che viene emergendo tra fine Settecento e inizio Ottocento, però, e che qui vorrei sottolineare, è il concetto di bene comune, attribuito all’o­pera d’arte e l’idea di un grande museo aperto al pubblico, come in un qual­che modo ab­biamo oggi, la nascita e lo sviluppo delle Accademie, come centri di raccolta di grandi opere trovarono proprio nell’azione propulsiva di Ca­nova la forza ideale e reale per realizzarsi anche in Italia.
Certo, per quanto riguarda il ritorno dei capolavori in Italia mol­ti non rag­giunsero mai la Francia e andarono dispersi, come av­venne anche per tante pergamene compreso un bel nucleo di quelle pomposiane (tanto per restare a casa), ma anche per volontà dello stesso pontefice Pio VII che con avvedu­tezza diplomatica concesse di lasciare parte delle opere in Francia per man­tenere buoni rapporti con il nuovo re, Luigi XVIII.
A conti fatti, però, troppi capolavori per un motivo o per l’altro non torna­rono nel nostro Belpaese o se ciò avvenne, fu perché riacquistati, come gli arazzi di Raffaello provenienti dal Qui­rinale da un mercante israelita livor­nese. Di quell’enorme patrimonio artistico e culturale tout court solo la me­tà o an­che meno ritornò a varcare le Alpi e non tutti i pezzi ritornarono alle sedi dalle quali erano stati sottratti come risarcimento bellico.
Ci sarebbe da dire del “mercato” delle opere d’arte a Roma nel Settecento, la vendita effettuata da famiglie decadute dell’aristocrazia romana che da que­sto mercimonio cercavano di mantenere un minimo decoro che giustifi­casse il loro status sociale, ma si andrebbe troppo oltre e credo sia diritto del lettore scoprire il libro.

Recensione “Qui come altrove” di Zena Roncada

copzena Eravamo rimasti all’umano di un mondo di donne e uomini senza storia che trovavano un mondo vivo e grande nel libro Margini del 2013 (Vd qui, https://lalucedellultimacasa.wordpress.com/page/3/, post del 31-12-2013).
In quei racconti lo sfondo privilegiato era il fiume, il Po, e a ridosso dell’argine si scioglievano curiose, ora felici ora dolenti, storie di vita di donne e uomini senza storia, ma che ritornavano «con il colore zuccherino della melagrana.»
Qui, come allora, corre un denominatore comune, la vita delle persone e anche qui, verrebbe da dire, senza storia, se non fosse che i protagonisti dei quarantanove racconti che costituiscono il libro, Qui come altrove, ovvero la donna che ripara i sogni e altre storie (Effigie, Milano 2016), sono protagonisti, attori di gesti, espressione di sentimenti, simboli che assurgono a valore universale, perché quando si sente il sangue scorrere significa che siamo toccati dal vissuto collettivo e non importa se il vissuto è qui, in questo luogo e in questo tempo, o in un altrove spazio-temporale.
Leggendo la quarta di copertina, mi sono imbattuto in un sostantivo: semi, e l’effetto prodotto mi ha accompagnato per tutta la lettura del libro, come se, semi, fosse la parola-chiave per leggere nel modo migliore il libro, ma insieme, nella lettura, mi ha accompagnato la poesia di uno tra i maggiori poeti dialettali viventi, Fabio Franzin, e da lì voglio partire per sviluppare le due cose che intendo dire.
da Sesti/Gesti, puntoacapo, Pasturana (AL) 2015

Daa semenzha dei sesti

L’é dai sesti che nasse ‘e paròe.
Daa carézha, dal colpo de mazha
che inpianta ‘1 pal fondo tea tèra

come daa tòea che un marangón
sega e misura. E l’é dae inpreste,
sie ‘a cazhiòea o ‘1 tubo de goma

strassinà tel prà, che !e vocài se fa
su, stonfe de sudhór e segadhùra
‘e casca pì fisse tel fòjio, ‘e se peta

mèjio, ‘e se liga ciuse ae consonanti.
L’é daa semenzha dei sesti che nasse
‘e paròe, no‘e fiorisse mai da lore soe.
Dalla sementa dei gesti

(È dai gesti che nascono le parole.
Dalla carezza, dal colpo di mazza
che pianta il palo fondo nella terra

come dall’asse che un falegname
sega e misura. Ed è dagli strumenti,
siano la cazzuola o il tubo di gomma

trascinato nel prato, che le vocali si
formano, zuppe di sudore e segatura
piovono più fitte nel foglio, si fissano

meglio, più salde si accorpano alle consonanti.
È dalla semenza dei gesti che nascono
le parole, non fioriscono mai da sole.)

Nulla germoglia senza sementi, anche le sfide, perché questa raccolta parte da una sfida, quella di voler dire brandelli di vita, mestieri, sogni, agonie in meno di mille battute, spazi compresi. Cosa può significare ciò, se non un percorso di poesia, perché se vogliamo giocare con i numeri, il sonetto Alla sera del Foscolo mi dà 583 battute, La casa dei doganieri di Montale 800, le quattro ottave che costituiscono il proemio del poema ariostesco 1217 e Il passero solitario del Leopardi 1923. Allora viene spontaneo pensare a uno dei racconti della Roncada per rispondere:
«L’uomo che scrive sui fogli da musica … appoggia le parole, per grazia di un pennino a punta grossa e china trasparente: parole che vengono da amori alberi e fiori, rade sul rigo, sospese come passeri sul filo. Perché, se arriva il vento, siano pronte a volare via, a suonare nell’aria alla rinfusa, come grani di collana liberati. Senza più peso.
Tornano, dopo, sporche di alto. E allora è poesia.» (pag. 10)
La poesia, vien fatto di pensare a un’affermazione di Bassani, non è solo quella data «dall’andare a capo che si verifica alla fine di ogni verso».
E allora ecco dove sta la sfida, nello spremere ogni parola fino all’essenza, perché la poesia non si ciba di parole di contorno, pretende uno spazio da donare al lettore perché egli, come ciascuno, è destinatario e interprete autentico che fa suo il seme e il gesto generatore delle parole. Siano parole nuove come l’aggettivo ‘rimbalzina’ (pag. 15) e il verbo toscaneggiante o di calco dialettale sfragolare (pag. 46), quelle ormai perse (inagrare per inasprire, pag. 13) o rare come il verbo sbiecare (pag. 16), sono le parole che dànno corpo a una sfida dove convivono levitas e gravitas, e qui gravitas vale per sostanza.
Se nella precedente raccolta, il tempo era dato nello spazio fisico della Bassa mantovana, qui invece assume tratti quasi metafisici, come se le storie raccontate da Zena fossero sospese in un limbo creato letterariamente per figure straordinariamente quotidiane, invece queste figure sono date da una matrice reale, da un gesto còlto e fissato come i rami di un albero stampati sullo sfondo del cielo, in un ordito che si costruisce racconto per racconto e basterebbe solo leggere l’indice per cogliere uno spaccato di umanità, vissuta e vista dentro e fuori.
Così se da un lato abbiamo i verbi che ci dànno il portato della realtà (il fare dei mestieri), dall’altro abbiamo la sostanza dei nomi, nomen substanctivum, appunto, raramente caricati del di più aggettivale, e la sostanza sta nel concreto, ma anche nell’astratto e sfilano gesti consueti come il saluto del vecchio che si leva il cappello, un gesto che sa d’antico e diventa nuvola, nuvola alta e filamentosa come i cirri, per tramutarsi qui in garbo e leggerezza.
E le nuvole chiamano il cielo, il cielo il volo e un’altra associazione, un’altra parola-chiave: volare, forse suggestione di questo 2016 ferrarese, scandito dal brulicare delle iniziative ariostesche per i cinquecento anni della prima edizione dell’Orlando furioso.
Tutti abbiamo subito il fascino del meraviglioso cavallo alato che porta Astolfo al Paradiso terrestre, tappa intermedia prima che un carro trainato da quattro cavalli infuocati lo portasse sulla luna. Sulla luna dove tutto quanto smarrito sulla terra, lì si ritrova. E anche Zena sembra arrivare su una luna dove recupera e fa rivivere non senni perduti, ma figure di una umanità che hanno popolato il nostro passato e sono il noi di oggi, perché ieri e domani non sono segmenti temporali isolati, perché la continuità è insieme persistenza e mutamento, è e deve essere il destino dell’umano essere, e nella penna di Roncada ne trova il tramite empatico e rispettoso, per usare le parole di Simonetta Bitasi.
Dopo questo bel discorso, di una Roncada viaggiatrice del cielo, mi sorge il dubbio: se Zena fosse invece una curiosa viaggiatrice di terra e come una rabdomante sentisse la vicinanza di un tesoro? Allora la luna avrebbe solo il sapore leopardiano, domande da fare alla silenziosa, invidiata, sì, ma incapace di risposte all’errante pastore, e il senso delle cose starebbe nei gesti, da cogliere e ripetere.

Recensione a “Al fil źrudlà”

su “l’Ippogrifo”, 40, 2016, pag. 3, Roberto Dall’Olio recensisce la mia raccolta dialettale Al fil źrudlà, Al.Ce, Ferrara 2015.

L’è el dì di mort, alegher

Delio Tessa

Qualcosa che è morto, qualcosa che non è ancora morto, qualcosa che non vuole morire, qualcosa che non morirà, stiamone certi e allegri, tiene insieme e insieme srotola il filo del libro in dialetto ferrarese di Edoardo Penoncini, storico di formazione, poeta per vocazione in lingua italiana, ma covante sotto la cenere una bragia di parole dure della sua lingua madre: il dialetto ferrarese di Ambrogio. Eccome la bragia dialettale la covava il Penoncini colto e un po’ segreto delle raccolte in lingua! Lo confessa egli stesso, sottolineando l’insolita velocità con cui ha gettato fuori i tizzoni ardenti di quel mondo che è morto, ma che non morirà, “il mondo di ieri”, richiamando il bel libro tremendo e umbratile di Stefan Zweig.
Uscito con la Presentazione di Diego Marani e l’Introduzione di Zena Roncada, Al fil źrudlà è scritto nella parlata che sgorgava come una fonte improvvisa, scovata dal bastone di un settimino rabdomante.
Sarei tentato di vedere che travaso del Penoncini in lingua emerge nel Penoncini dialettale, ma è un esercizio che in fondo non mi appartiene. Non siamo in una dimensione da provetta filologica quanto in una fluida manciata di fogli onesti, scritti in empatia con questo libro davvero coinvolgente e convincente, che butta fuori in dialetto, invecchiando, quello che ha tenuto dentro in italiano, traducendo Zavattini. Ma col dialetto quasi perduto, quali cose abbiamo perduto? Penoncini ci dice che abbiamo perso il tempo delle fiabe e con loro un mondo intero.
La schiettezza della secchezza di testi quali Ill guer o Al brut mal, mentre noi sprofondiamo nella ricotta della retorica ben condita, mi porta a pensare al Pasolini de Gli italiani in Poesia in forma di rosa, ma Penoncini riesce ad essere nostalgico senza ammaliare. Emerge spesso in questa silloge un’etica senza moralismo alcuno, che parla dei bambini di oggi costretti in tante parti del mondo a fare la guerra e li mette a confronto con quelli di ieri che facevano il giro tondo sotto gli sguardi della maestra o della suora; e ancora emerge l’intersezione tra mutamento e persistenza, quanto è cambiato e quanto rimane, come in Uη źógh par la réd dal ziél («E pó a gh’jéra tant putìŋ/ch’i gh’éva adòs l’arźént vìv,/par furtùna a gh’jéra sémpar/al curtìl da dré d’la céśa/uŋ pòst sicùr indóv źugàr/con dóŋ Tulo o da par nu.»). E sullo stesso binario si pensi a quell’essere ragazzi maschi senza cedere al maschilismo nella splendida Dó donn o a Cóm a iéraŋ na vòlta, efficace pennellata sul cambiamento che trasforma, quella mutazione antropologica ricordata da Pier Paolo Pasolini e fatta propria da Penoncini in uno degli eserghi d’inizio raccolta.
Da ultima, ma non ultima l’elegia nascosta, poiché in dialetto non esistono le elegie neanche a inventarle, per la sua città, che Penoncini dipinge con una franchezza estrema e dolce, quasi come l’estroversa cucina estense convergente tra il salato e il dolce, scomodando Levi Strauss. In particolare i versi di Frara nóa toccano tutto il tessuto lirico del camminatore flâneur Penoncini, che alla fine vorrebbe scappare via: «Fràra l’è sémpar stà na zità s’uŋ fìl/ch’l’andaśéva luŋgh al Po vèć/aqua davanti iŋ mèz e da dré/…/La jéra cmè uŋ źardìŋ/…/la parèva na fòla su na nuvla/propia cmè na zità ch’la vóla./…/e la guèra/…/quéla véra e quéla d’j’architét/pr’an dìr di du śgórbî ad zimént/ch’j’à farmà j’òć dal Castèl/e ad san Banadét prima dal ziél./…/mo sa źìr par la mè zità/ch’l’à pèrs i sileŋzî/e i vèć iŋ piàza/a m’iŋmaliŋcunìs/…/am viéŋ al magóŋ/e la vója ad scapàr jé.» No, invece è prigioniero di questa sua libertà dentro le mura della città, seppure esprimendosi con la lingua che si parlava mentre era attaccato al seno, nascendo come una volta si usava. Una lingua che sente tacere, arrotolarsi e annodarsi in un silenzio che pare letale. Perché? Perché lo dichiara l’autore con latina sacertà: “manca il bello quando si parla”.

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Semplicemente… con questi versi di Tolmino Baldassari tratti dalla raccolta “Canutir”, Raffelli Editore, Rimini 2006, pag. 30.

A tutti gli amici un buon 25 aprile di riflessione

DE’ CVARANTAZENCV

la gvëra l’éra fnida
caminènd pr al strêdi pini d’buṣi
a s’arduṣèma a ca
e i murt j éra murt
cvânt ch’e’ su temp u n’éra in córa stê
e’ pianẓéva al faméj
ch’al caminéva sânza prisia
ciutêdi int e’ gvai
un’ucêda int i sùigh fìrum
sól cvel agli avdéva
e’ bösch dal fôli u ngn’éra piò
al caminédi schêlzi
pérsi int l’invid de’ sól
int e’ culór piò ẓal

(NEL QUARANTACINQUE. la guerra era finita/ camminando per le strade piene di buche/ tornavamo a casa/ e i morti erano morti/ quando il loro tempo non era ancora stato/ le famiglie piangevano/ camminavano senza fretta/ coperte nel dolore/ un’occhiata nei solchi fermi/ solo quello vedevano/ il bosco delle favole non c’era più/ le camminate scalze/ perse nell’invito del sole/ nel colore più giallo)