Novità: Edoardo Penoncini, Scartablàr int i casìt – Rovistare nei cassetti, Al.Ce., Ferrara 2018

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Zena Roncada, Prefazione

Edoardo Penoncini torna con la sua poesia al dialetto: lo fa come un segno di congruenza, perché chi ha tanto scavato nella propria terra, nel paesaggio delle cose e delle persone, rivivendoli poi nei propri versi, sente il bisogno di andarne a toccare la lingua, quella profonda, capace di conservare e custodire la matrice della vita.
È la scelta di una poesia sempre in cammino, perché cerca le ragioni della sua necessità e sa trovarle non solo nei valori, negli amori, nei pensieri già affiorati in precedenti raccolte, ma anche in quel nodo d’intimità, di affetti familiari, di sensi e di sapienza che il dialetto tiene ben stretto, con pudore e con riserbo. In dialetto si può salutare una partenza e il suo dolore, prendersela con l’anno bisestile e con l’aura atavica di sfortuna che si porta dietro, con le parole semplici, di tutti i giorni. Vere, senza artifici.
“Ci sono due strati nella personalità di un uomo; – dice Luigi Meneghello in Jura – sopra, le ferite superficiali, in italiano, in francese, in latino; sotto, le ferite antiche che rimarginandosi hanno fatto queste croste delle parole in dialetto. Quando se ne tocca una si sente sprigionarsi una reazione a catena, che è difficile spiegare a chi non ha il dialetto. C’è un nòcciolo indistruttibile di materia apprehended, presa coi tralci prensili dei sensi; la parola del dialetto è sempre incavicchiata alla realtà, per la ragione che è la cosa stessa.”
È questa sensazione di autenticità che si avverte leggendo i testi di Scartablàr int i casìt: si fruga nei cassetti per portare alla luce quello che è rimasto nascosto e quindi immutato, magari seppellito sotto i silenzi che il tempo ha accumulato, e si fruga, contemporaneamente, per mettere in ordine gli ultimi fogli volanti, poggiati lì, in attesa di essere rielaborati.
E non è forse la vita stessa il cassetto in cui affastelliamo le nostre esperienze? E le esperienze non diventano forse ‘storie’ da risvegliare e rimettere nel cerchio virtuoso di una condivisione sottovoce?
Ecco perché, in questa raccolta, assieme a brevi e cesellati lampi descrittivi, troviamo racconti, narrazioni poetiche che trovano forma nel lessico familiare di una comunità, scorribande nel tempo, anzi nei tempi di un’esistenza intera.
I versi di Penoncini, che partono da piccole tracce di superficie, da accenni di un quotidiano capace di suscitare emozioni, poi camminano all’indietro, ne vanno a rintracciare i semi nel passato, mentre si percorre con pacatezza “il morbido sentiero” del proprio autunno.
Leggendo, si procede, pertanto, su un doppio binario, perché il presente ha nel passato il suo specchio e la sua ombra. È come vedere il treno e ripensare ai treni di una vita, davanti ai quali, giovani, si è sognato di viaggiare, coi pensieri in volo.
“…alóra a gh’éva i mè peŋsiér/ quéi ach vulàva/ e i magnàva dabón al témp/ cmè l’mié adès/al più dur /e coŋ mìla capariòll par guadagnàrmal…/ quél d’alóra, iŋvéŋzi,/ al jéra ŋ’graŋ bèl regàl.”
(… allora avevo i miei pensieri/ quelli che volavano/ e davvero mangiavano il tempo/ come il mio di adesso/ il più duro/ e con mille capriole per guadagnarmelo…/ quello di allora, invece,/ era un gran bel regalo.)
Sono versi profondamente intrisi del ‘rumore del tempo’, questi, e il ricordo diventa il ponte per un continuo passaggio intra-temporale, il termine di confronto dell’oggi rispetto a ieri e, insieme, il veicolo che gli dà spessore, nella continuità e nella differenza.
Il ricordo dice che nel tempo cambia il sentire: ciò che scaldava non scalda più come allora o scalda in modo diverso, ciò che si desidera non ricalca quanto si è desiderato.
Restano le voglie che perdurano come un orgoglio mai soffocato, ma sono prigioniere del tempo, ci dice il poeta, e passano per sensi sottili: sono i sapori della sfoglia di casa o di una mela aspra rubata al contadino, sono l’odore della pioggia sulla terra bruciata dall’estate e la compagnia di una lucciola nel buio.
Il ricordo dice che nel tempo cambiano sguardi e direzioni dei modi verbali: alla perentorietà dell’indicativo si sostituisce la dolcezza morbida del condizionale, che resta il modo del desiderio tenuto in ostaggio, però, dai limiti della realtà: i farei, i vorrei, i direi, i mi piacerebbe cambiano il colore delle tesserine del tempo per comporre la mappa del non più possibile, anche se conservano, intatto, il transito dei sogni e, insieme, la speranza di poterne avere.
Il ricordo dice che nel flusso dei giorni resta la vita, l’attitudine alla vita, il poter srotolare un filo che rimane della stessa sostanza all’inizio e alla fine, proprio come il fiume resta fiume alla sorgente e alla foce. La speranza è si snodi, generoso negli anni e nei giorni, pur sapendo che il tempo “Aŋ fà regài/ e ad lu t’at n’acòrźi/ quand at l’à butà a j’urtìgh.”
(Non fa regali/ e di lui te ne accorgi/ dopo averlo buttato alle ortiche.)
Resta la docilità alla vita, quella che addomestica e riporta al buon senso la misura del vivere, attraverso il principio equilibratore dell’adattarsi: la bellissima poesia J’abitùdiŋn (Le abitudini) ce ne racconta la sostanza. S’impara a vivere vivendo e mutando, con la cedevolezza alle perdite, ai disagi, agli ostacoli e con la coscienza di nuove acquisizioni che accompagnano ogni fase.
Se c’è poesia è perché la riserva di senso da conferire alle cose e ai suoi colori, al sole e al buio, alla primavera e all’autunno, è inesauribile.

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Recensioni: Roberto Dall’Olio Irma, L’Arcolaio, Forlimpopoli (FC) 2017

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«E tu credevi che l’ipparco dovesse essere muto? Non ti è mai venuto in mente che quante cose abbiamo imparato secondo la legge, bellissime, con le quali sappiamo vivere, tutte le abbiamo imparate attraverso la parola e che quelli che dànno gli ammaestramenti migliori si servono in massimo grado della parola e quelli che meglio conoscono gli argomenti più difficili sanno parlare in modo bellissimo?» (Senofonte, Memorabili, a cura di A. Santoni, Rizzoli, Milano 20065, pp. 233-5).
È l’elogio della parola che pronuncia Socrate nel terzo libro dei Memorabili di Senofonte rivolgendosi a un ateniese e la prima parte di questo passo è riportata come esergo dal Foscolo nella sua orazione inaugurale Dell’origine e dell’ufficio della letteratura letta il 22 gennaio 1809 a Pavia, nella quale affrontò il rapporto tra letteratura e società ed esortava gli Italiani alle storie, perché in esse «tutta si spiega la nobiltà dello stile, tutti gli affetti delle virtù, tutto l’incanto della poesia, tutti i precetti della sapienza, tutti i progressi e i benemeriti dell’italiano sapere».
Il valore della parola perché «Ogni uomo sa che la parola è mezzo di rappresentare il pensiero; ma pochi si accorgono che la progressione, l’abbondanza e l’economia del pensiero sono effetti della parola … perché il bisogno di comunicare è inerente alla natura dell’uomo … E un segno solo della parola fa rivivere l’immagine tramandata altre volte da’ sensi e trascurata per lunga età nella mente; un segno solo eccita la memoria a ragionare d’uomini, di cose, di tempi che pareano sepolti nella notte ove tace il passato». Ecco il punto di partenza del poeta che vuole sottrarre all’oblio il passato grazie alla parola, quella meravigliosa facoltà di cui è dotato l’uomo per rappresentare il proprio pensiero.
Vi è una relazione forte tra il dolore provato dalle vittime, che si sedimenta nel tempo attraverso racconti, immagini e le ricostruzioni interiori che il poeta ne fa, una sorta di correlativo che trasloca il martirio sulla parola che interpreta e produce una presa di coscienza chiamata a testimoniare e combattere una sorta di «atomo oscuro del male», dichiarando l’esigenza di una scelta e del quando è necessario farla senza distinguo.
È il caso di Irma, l’ultima raccolta di Roberto Dall’Olio, dove il poeta riprende e riafferma quella presa di coscienza, indice e distinguo, che era già nel saggio Entro il limite. La resistenza mite in Alex Langer del 2000 e costituisce il filo rosso che unisce tanta parte della sua poesia civile e marca, come i sassolini di Pollicino, il percorso di Roberto Dall’Olio, poeta della vita perché la storia è il racconto vero e verosiminile del presente e nella sua scrittura il poemetto è l’erompere impetuoso di un fiume carsico che si libera dalle tenebre.
Emerge dunque la necessità di una riflessione preliminare da fare ogni volta che ci si avvicina a un testo, quanto vale in sé e quanto nel suo contesto? Mi sovviene l’affermazione di un’esaminanda a un concorso per l’immissione in ruolo quasi trent’anni fa che L’infinito di Leopardi, tanto era universale, che avrebbe potuto scriverlo chiunque. Cercai di capire se per scrivere intendeva condividere, purtroppo non v’era fraintendimento da parte mia e mi limitai a osservare che se chiunque avesse potuto scriverlo chiunque avrebbe dovuto essere in grado di scrivere ogni piccolo o grande idillio, ma temo anche ogni pagina dello Zibaldone. È vero che per ricevere qualcosa da un testo non è necessario conoscere tutto quanto ha scritto un autore e magari anche un po’ della sua biografia, in fondo una volta scritta e data alle stampe la poesia diventa parola universale, come scrisse della parola in una celebre poesia Emily Dickinson, diventa di tutti e ciascuno la fa propria reinterpretandola, ma non modificando il monumentun aere perennius. Ecco, qui, però, sta la necessità di conoscere da dove muove l’altro e per Dall’Olio possiamo cogliere nella formazione classica la matrice storico-filosofica e quale importanza ha questa matrice nella sua poesia?
Nell’apertura del poema troviamo martellante ben otto volte il lemma “muro”, un elemento di separazione: è un muro di pioggia, è un muro simbolo, è un muro di coltelli, un muro di nebbie che segna una divisione, un essere di qua o di là e come i muri si costruiscono, da muro parte la costruzione del poema e ancora una volta Roberto entra con il suo verso breve e veloce nella Storia; certo per formazione ne ha l’accredito, ma non per ciò si sente autorizzato, piuttosto perché Roberto poeta rappresenta in parallelo l’essenza del lavoro dello storico e del viaggio del poeta. Il poeta Roberto è come l’orco della fiaba di Marc Bloch, anch’egli come Irma vittima della violenza che ha oscurato la luce della ragione per oltre vent’anni nel secolo scorso, e come lo storico là dove sente odore di carne umana deve cercare, e come lo storico cerca la vita. È il recupero e il farsi del senso storico che altro non è che riconoscere il cammino dall’uomo alla persona, rendendo quello di ieri contemporaneo all’uomo di oggi e se è vero, restando all’àncora delle parole di Marc Bloch, che «la storia ha ancora tutto il fascino di un’indagine incompiuta» nel suo procedere tra tesi e ipotesi, ma con il dovere della dimostrazione (ahimé, oggi si assiste pure a tanti ciarlatani portatori di vera verità che trasformano un’opinione personale in dato di fatto senza apporto documentale) è vero che il poeta trova in quel margine fascinoso il varco per entrare nel profondo del vissuto, quello più intimo che gli permette di far immaginare, sentire il dolore e interpretarlo, ben consapevole di stare in mezzo al varco del vero e del verosimile.
L’immaginazione del non detto vale perché Irma, «nel marmo/ appeso/ a una casa/ parlava…» nel monologo sorprende e sferza il poeta/alter ego perché sì «la carne è tutta uguale», ma poi bisogna scegliere da quale parte stare, non è uguale il dolore, non è uguale il prezzo da pagare, non è uguale ciò che vediamo, con quell’apice in dialetto bolognese al cgnossat? (Lo conosci?), che non vale solo per un luogo fisico, Castelmaggiore, anzi Castelmaggiore è solo un dato che fa da tramite alla conoscenza: «nell’afa/ vive/ ancora/ le foglie/ vidi/ un grande mare/ di luce/ tuffarsi/ nello specchio/ con crepe/ di fiamma/ era/ il nostro destino/ arcieri/ della speranza». La speranza dètta la scelta per il futuro perché chi verrà dopo «saprà/ del mondo/ che noi sapremo/ costruire».
Irma è un torrente in piena, sorprende il poeta/alter ego e parla come una nonna, alla faccia dei suoi ventinove anni, ma quanto contano gli anni quando ci consegniamo alla speranza e costruiamo un futuro, quando la speranza non è vero che sia l’ultima dea, ma il fiato che accompagna la fatica? Nessuna speranza può essere campata in aria, «la battaglia/ per cui/ tutto sacrificammo/ anche la vita/ era un mondo/ altro/ da rifare», ogni speranza tiene saldi i piedi sulla terra e il volo non è altro che la corsa scandita dall’incalzare dei versi, dal tumulto che produce la curiosità che fa fremere, «tu che ascolti/ fremi/ che ti sveli/ come avverto/ i tempi tuoi/ facile/ sarebbe urlare/ la mia rabbia/ per gli ideali/ dispersi/ in un tempo/ fumoso/ mendace/ ma non vissi mai/ il sogno/ di un’età dell’oro/ l’uomo/ è carne/ del suo tempo» e accelera la corsa della penna sul foglio un gioco di accenti, per esempio: frèmi-véli-avvèrto.
E Irma, veggente – occhi in tasca – ripercorre la storia futura , una sorta di ricorsi: «le svastiche/ agli stadi/ le svastiche/ sui muri/ altri muri/ crescono/ fili spinati/ tornano/ nulla/ si è imparato?», Irma sognatrice e combattente, tradita: «noi/ abbiamo sognato/ tanto quanto/ abbiamo creduto … il tempo/ ha tradito/ i miei compagni/ prevalse l’individuo/ … la più egoistica/ delle parole/ … / la più chiusa delle speranze». Speranze rinate con «l’uomo di un’altra Russia» e se ce l’avesse fatta «adesso cosa sarebbe il mondo// forse quel crepaccio apertosi/ tra come fummo/ e come siamo/ … / tutti piccoli/ piccoli servi/ … / se tu/ ce l’avessi fatta». Ma non è questo il peggiore dei mondi, alla faccia di «sai quelli/ che Bologna/ non è più quella/ di una volta»: quella della fame, della galera, delle bombe, della libertà chimera? Chiede Irma.
Irma che nell’immaginario poetico per caso lesse una poesia di Saffo, Irma che si fa poetessa e invia al poeta/alter ego una poesia: «meraviglia/ scuote/ l’autunno breve/ delle stelle/ prima del nero/ infinito/ che le inghiotte/ la notte/ è figlia/ del mio dito/ di neve/ sulla tua pelle». Che forza! E da eroe greco Irma non ignora il frammento di Menandro «Muor giovane colui che gli dei amano» ben noto per la citazione in epigrafe ad Amore e morte di Leopardi, ma non ha certezza della benevolenza degli dèi: «mai ho saputo/ se davvero/ fossi/ al cielo/ cara» e alla sua vita nulla fu risparmiato del peggio e del meglio, «scelsi/ e divenni/ mortale» fino al sacrificio scelto con il silenzio per affermare «la speranza/ ebbi/ che mai/ s’abbatte», e fa proprio, tutto intero il senso delle parole di Paolo di Tarso, «spes contra spem» (Lettera ai Romani, 4, 18), senza aspettarsi, come nell’omonimo dipinto di Guttuso del 1982, «che si avveri/ solo la speranza/ che spera/ all’orizzonte/ le sue vele». E la poesia vola oltre la vita, Irma massacata dal torturatore, sa che l’antiuomo è fuggito e altrove continua a perpetrare crimini o vive nascosto e protetto, troppi spaventosamente troppi sono gli antiuomini/fascisti e conclude, Irma, con quell’avverbio isolato nella pagina, quasi con rassegnazione a dire una continuità tra passato e presente: ancora, ma ancora è tempo di scegliere.
Ma chi è Irma? Conoscerli questi nomi, oggi, ai quali sono dedicate strade o piccole piazze per preservarne il ricordo, fare memoria e che distrattamente leggiamo senza essere mossi da quell’indole assetata di conoscenza che la natura ci ha dato (Curiosum nobis natura ingenium dedit – Sen., De Otio V, 3).
Irma era una ragazza ventinovenne di Bologna, come tante desiderosa di vita, licenza elementare, un fidanzato fatto prigioniero a Creta dai tedeschi e del quale non si seppe più nulla; dopo l’armistizio di Cassibile si iscrisse al partito comunista ed entrò nella Resistenza con il nome di battaglia Mimma. Il 6 agosto del 1944 durante una rappresaglia fu arrestata e consegnata alla CAS (Compagnia Autonoma Speciale) del capitano Renato Tartarotti; nei sotterranei della “villa triste” (Villa Campanati), in via Siepelunga a Bologna; per sei giorni subì atroci torture nel tentativo di estorcerle informazioni sui compagni di lotta, e il 14 portata davanti casa sua nel tentativo estremo di farla parlare, venne sottoposta a ulteriori sevizie e accecata [ma «i ciechi hanno visto la luce prima di morire» (la lus j à vest i zigh prema d’murì), cita un verso in romagnolo di Nevio Spadoni], quindi trascinata al Meloncello finita con una scarica di mitra. Il suo corpo lasciato lì per un’intera giornata, sotto il controllo degli aguzzini, orrendo monito per i Bolognesi.
Basterebbero queste poche note biografiche a giustificare la portata civica e lirica del poema di Dall’Olio, ma agganciandomi al filo della citazione iniziale, bisogna imparare ad amare i poeti e le loro parole come loro stessi ci invitano: chiudo con cinque versi di Giacomo Vit: «Doma li’ peraulis a ni rèstin/ ma a lours bisugna cròdighi,/ sì, o poets o mas,/ bisugna cròdighi, o i sarìn/ dal nuia robàs» («Solo le parole ci restano,/ ma a loro bisogna credere,/ sì, o poeti o folli/,/ bisogna credere, o saremo dal nulla rapinati», G. Vit, Ciacarada ’ta na lus verdaChiacchierata in una luce verde, ora in Vous dal grumal di aria – Voci dal grembiule d’aria. Poesie in friulano 1977-2017, puntoacapo. Pasturana-AL 2018, p. 107).

Considerazioni sulla poesia di Daniela Raimondi

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Chi legge fa vivere un testo, lo realizza, mettendosi così in comunicazione con l’altro, con una diversità. Nel leggere è implicita la disponibilità ad ascoltare, a entrare in relazione, a non prevaricare l’altro con la propria individualità. Esiste dunque un’etica della lettura, che è fatta di filologia e passione, capacità di intendere e disponibilità a mettersi in gioco.

(E. Raimondi)

 

La poesia della Raimondi non è un quadro statico, ha bisogno di movimento come il sangue che scorre dentro, così le parole, i versi mai misurati che convogliano in suoni, gorgoglii che stappano gl’intasi e ti buttano nel mare con la sola forza delle braccia per non essere sopraffatti; una umanità che emerge dal , ma che contiene il tutto, il tutto (telos e chronos), il tutto (eros e psiche).
Una scrittura che, penso, percepisce e coglie il limite della declinazione poetica, si sente liberata: «Esiste un punto chiaro e perfetto dove è possibile riconciliare ciò che sembrava inconciliabile: il dolore e la bellezza. Quel punto preciso e lontanis­simo, semplice eppure costantemente in fuga, è dove risiede la poesia. Scrittura che diventa rito personale e funzione sacra e creatrice. Poesia come ricerca del linguaggio, come luce salvatrice e unica assoluzione possibile. Una forma di pelle­grinaggio…» (Raimondi, Tutte le poesie, I, p. 3)
La cifra stilistica della poesia di Daniela Raimondi sta nel senso di appartenenza e di condivisione dell’universo femminile, nella carnalità del dolore che esprime con una pregnanza e una crudezza di forte impatto emotivo. La donna sta al centro del­la sua poesia, la donna di ieri, come quella di oggi, dea oppure umana, donatrice di vita o donatrice di morte (s’accabbadora), figlia o madre, la donna che si con­suma fino al suicidio, che sia quello di Silvia Plath, di Alfonsina Storni o di Assia Wevill (Mitologie private, pp. 19-23; La regina di Ica, pp. 40-1, 45-9). Una continuità te­matica che fa della Raimondi una delle voci poetiche al femminile[1], e non solo, più alte della poesia italiana; certo è forte l’impatto con il mondo poetico anglosas­sone e sudamericano, ma quello che colpisce è la varietà del timbro nello sviscera­re il mondo della liquidità e carnalità, parole pregnanti che corrono e ricor­rono nei versi della Raimondi e prendono, e rimandano a tutta la sua opera.
La donna che cerca e ricerca le origini: «Correre fuori dal tempo./ … / Voglio sa­pere del sangue/ che mi scorreva dentro prima di esistere./ Molto prima,/ alla radice del tempo» (Ellissi, p. 30), la donna che vuole sentirsi nelle altre donne, quelle del mito (Inanna la dea sumera della bellezza e della fecondità, dei testi sacri Eva, Ma­ria, la moglie di Lot, Salomè), nella letteratura (Penelope), della letteratura (An­na Achmatova, Marguerite Duras), nelle «madri di dolore» come Rosa Silva cilena seviziata e uccisa durante la dittatura di Pinochet, nelle donne di cui «cono­sco solo gli occhi» letti al Museo della guerra di Ho Chi Min City e delle mogli come nella superba Il piede (Inanna, p. 44), in cui l’amante è «il fiume in piena/ dove entra fino alla vita» mentre «Io sono il piede secco e freddo/ che qualche volta lo sfiora nel letto», «Un pezzo di carne staccato dal corpo,/ rimosso dal sin­ghiozzo del cuore» è invece la moglie.
Temi che dalle prime due raccolte si snodano, articolano e disarticolano nelle suc­cessive nove, allargandosi a onda e trovando ulteriore cornice nel tema della luce e della famiglia, dal riconoscimento dell’essere figlia durante l’agonia del padre (Avernus) alle origini del nucleo nella recente raccolta La stanza in cima alle scale, e le fotografie che accompagnano alcuni testi (Antenata, p. 44) ne sono una rivela­zione: «scopro sul tuo viso la mia bocca/ negli occhi, lo stesso nodo di tristezza». È una ricerca dell’umano nell’umano la recente I fuochi di Manikàrnica, dove Eso­do fa da prologo alle tre sezioni e Mare nostrum che ne costituisce l’epilogo marca­no la cifra profonda di una poesia civile sempre presente nei versi di Daniela Rai­mondi, ma qui stesi ad ampio spettro d’irradiazione.
Luce è il quadrante entro il quale si possono inserire i versi a forte impronta pa­ratattica, quasi a volerne marcare ad ogni verso la rilevanza. Spesso si afferma che una buona poesia richiede una chiusura forte, qui la forza la si ritrova a ogni verso e il suo è un correre che a volte sta in bilico tra poesia e prosa, ma anche lo stile è un elemento identitario della poetessa.
Luce che costella il percorso creativo, luce divina e luce pagana, in una contrap­po­si­zione a un buio che non è mai totale, vi è sempre un bagliore, una fioca stella per guar­dare avanti, la «Poesia come ricerca del linguaggio, come luce salvatrice e unica assoluzione possibile. Una forma di pellegrinaggio», si è già riportato sopra.
In Ellissi è il taumaturgo andante montaliano: «Ricordare le ragazze che fummo,/ scorda­re tutto quello che non siamo» (p. 14), «non sappiamo altro di noi (p. 23), «Dimentica­re chi siamo stati./ Dimenticare chi siamo» per approdare a «Solo il corpo ricorda/ mentre nasciamo dalla profondità dei sogni./ Solo un guizzo di vita. Un presagio luminoso/ per tornare a una trasparenza di placenta, al buio luminoso della notte» (p. 31). In Inanna è il Nuovo apprendimento della felicità dove la luce è il futuro: «I nostri figli saranno una flotta di passeri,/ uno stormo di piccole grida nella diaspora/ … / La sera uno sciame di luci sfocerà nelle strade» (p. 89).
In Diario della luce l’emozione è ricerca di uno spiraglio, è il fiume carsico che cerca e vuole la luce, luce come bene, luce come apertura, luce come vita: «La vita con il pane, con un poco di bene,/ è solo a questo che crediamo:/ al ruotare magico del tempo/ alla raccolta dell’acqua/, alla fede terrena del seme.» (Mattino, p. 9); «Que­sto tiepido inverno/ ha salvato i gerani del giardino,/ stamane il sole ha sorpreso i prati molli / … / L’estate arriverà di nuovo/ nello stupore intatto del­l’infanzia» (Risveglio, ibidem, p. 11); «Domani sarà la spremitura,/ la luce di urne colme./ La purezza dell’olio/ che cade/ nel buio di novembre» (ibidem, p. 29), fino all’ultima lirica della raccolta: «Quando arriva la sera/ … / La casa si accende:/ è una piccola luce nel nero dei campi./ Le finestre splendono. Il fuoco scintilla / … / La sera è piena di canti. L’aria è limpida, lucente come uno smalto» (Sera, p. 31).
Ne La regina di Ica la luce, quella primigenia, ritorna con la bellissima Preghiera che apre la raccolta e con essa tornano il bene e i grandi temi della poetica raimon­diana delle raccolte precedenti:

Dio, regalami una morte bella,
qualcosa lieve come neve sul viso.
Schiudimi nel corpo la tua spada e il canto.
Lasciami al dominio notturno degli uccelli,
al volo leggerissimo della prima luce.
Lasciami disposta al bene
profumo di bosco, piccoli campanelli
a suonare fra le dita.
Così lontana, così felice
senza più nutrimento o sete.
Fiera come un rapace,
bella come una bimba che sogna:
le guance rosse,
il corpo disteso nella grande radura.

Luce, una contraddizione in una raccolta la cui prima sezione è La città dei morti? Si tratta della necropoli peruviana di Chauchilla dove sono conservate a cielo aper­to dodici mummie, originariamente interrate composte in posizione fetale con il corpo orientato verso est (nascita del sole) e nella visione religiosa andina indicava la rinascita dopo la morte, la resurrezione come superamento del dolore, proprio come la poesia che dona luce e i «suoni tranquilli del mattino».

Resurrezione dopo la malattia, resurrezione attraverso la gravidanza, ma anche per­ché «siamo la morte, ma con la morte anche la nostra resurrezione» (La regina di Ica, p. 55). E ha un bel dire «so che non ci sarà resurrezione» nella successiva rac­colta dedicata al padre, un’affermazione che si scontra con la richiesta pagana di un sonno lieve, la donna che accompagna quel padre (Avernus, p. 40) che «solo una volta mi hai detto che mi volevi bene» nell’ultimo tratto terreno e «so che non ci sarà resurre­zione», e si confronta questa consapevolezza con la richiesta pagana di un sonno lieve a una Madre (pagana?) che offra il suo capezzolo bruno e la sua ghian­dola del latte affinché «lui sia tra i salvati/ e gli siano compagni una ciotola d’acqua/ un pugno di frumento, la coperta di lana [simboli certi della sopravvi­ven­za]/ … / che lo abiti la luce» e sia accolto da «un eterno sigillo di pace» (ibidem).
Una poesia che dipinge affreschi del dolore, tessere che danno un racconto e racco­glie aria attraverso una scrittura che scivola dal verso alla prosa, che si alimenta spes­so di un titolo/ esergo per «riportare alla luce mappe del passato, pezzi di memoria,/ l’eco di una voce. E scrivere./ Scrivere per non dimenticare mai le cose belle» (Avernus, p. 53), per non dimenticare il sogno.
Eppure quella luce si perde di fronte al mistero di una morte voluta da un dio, «ma quale dio, quale uomo/ può chiedermi il sangue di un figlio?/ Non esiste obbedien­za, non esiste perdono./ Lo hanno ucciso» (Maria di Nazareth, p. 44) e resta la rab­bia, la maledizione di «quel sole che ostinato nasce ancora il mattino/ e illumina i vivi, le mamme pazze d’amore» (Maria di Nazareth, p. 45) e Maria incarna nella storia tutte le madri di dolore quelle cilene e argentine, quelle di Gaza e quelle in­cenerite ad Auschwitz. La luce qui è uno squarcio emotivo, la ribellione a un creatore non a caso riportato con la minuscola iniziale, ribellione come afferma­zione di carne e sangue: «Non mi chiamate e non mi cercate/ … / Ricordate mio fi­glio per quello che era/ e per quello che ha fatto./ Uomo o dio poco importa», ri­bellione come rinuncia al ruolo assegnato «non chiamatemi Dea, Regina, o Si­gno­ra» (qui con la maiuscola iniziale) ribellione quasi iconoclasta contro l’icona su­gli altari di legno intarsiato e oro, contro le processioni «perché io non fui mai co­sì bella/ ma ero fatta di carne, e dolore, e pietà/ … / sono la madre dell’uomo che uccisero», ribellione come oblìo: «Voglio andare senza strascichi e canti/ per gri­da­re il suo nome,/ trascinando per strade e per piazze/ soltanto il mio male».
Scrittura femminile (écriture féminine), poneva l’attenzione Erminia Passannanti nella Introduzione a Inanna con rinvio ai lavori della Irigaray e della Cixous, certa­mente, ma anche ricerca, ricerca di «quel punto chiaro e perfetto» dove si riconci­liano dolore e bellezza, «quel punto dove risiede la poesia. Scrittura che diventa rito personale, funzione sacra e creatrice… Poesia come ricerca di linguaggio, co­me luce salvatrice e unica assoluzione possibile», scrive la Raimondi introducendo il primo volume di Tutte le poesie del 2017.
Se la poesia è luce salvatrice, non sono più il dolore, la solitudine, l’assenza, il vuo­to, la notte, la morte i luoghi della paura: «Da bambina baciavo la fronte grigia dei morti./ L’importante è che avessero gli occhi chiusi,/ le narici immobili, poi non avevo paura» (La stanza in cima alle scale, p. 18). Non avere paura significa (come nella poesia che dà il titolo all’ultima raccolta, La stanza in cima alle scale, p. 30) salire un mattino fino a quella stanza dove sul pavimento vi erano i segni lasciati uno per uno fino alla camera da letto per vedere nella penombra i corpi degli aman­ti brillare nel letto, e muovere desideri come fanno spesso i fanciulli: «anch’io, da grande,/ volevo qualcuno che mi tenesse sulle ginocchia,/ ricevere piccoli pezzi di pane dalle dita di un uomo./ Volevo ridere come faceva la Diana/ e il mattino splen­dere come lei sulle lenzuola./ Sognare cose belle,/ non uscire mai da quella stan­za». È questa la luce che corre nella poesia di Daniela Raimondi, i versi corrono verso un orizzonte e dànno la religione della vita, perché la vita, di là dai sogni, è più agra che piacevole, ma non è mai completamente buia, di là dal dolore come in L’incidente (p. 46), la corsa del padre («la bestia impaurita, appena scampata al coltello») in ospedale, «lui aveva visto le lamiere contorte» e finalmente attraverso la fessura della porta vede viva la figlia sulla barella: «Fece un cenno di saluto con la mano./ Sorrideva. Forse aveva negli occhi/ la stessa sorpresa/ del mattino quan­do era nata». Rinascita e ricomposizione con quel padre che «solo una volta mi hai detto che mi volevi bene» (Avernus, p. 48), inversione dei ruoli dettati dal tempo, il tempo che segna e ci rimpicciolisce: «Ora che sei vecchia/ e l’aria intorno a te già inizia a macerare,/ sono io a farti da madre e tu diventi piccola, mi diventi fi­glia» (La stanza in cima alle scale, p. 60).
L’ultima raccolta della Raimondi è un recupero della memoria famigliare, di figure del borgo, racconti sentiti e ora resi vivi, perché c’è sempre qualcosa di irrisolto nella nostra memoria e noi, lettori, non sapremo mai chi erano i ritorni alla vita at­traverso la penna della Raimondi, come quelle piccole storie di paese, ultima se­zione della raccolta, storie di ordinaria quotidianità: l’incesto, il contrabbando, la salvezza eterna astenendosi dal sesso, il marito sgozzato per timore di restare incinta, l’aspirante suicida che “imprigiona” il marito ossessionato da qualche altro colpo di testa della mogliee dalla vergogna.
Restano storie di paese dove sbocciano solo i fiori della «seconda metà della vita», ma trovano un foglio bianco (come la luce) dove rivivere perché tutti restino legati al mondo e abbiano “una morte più bella”.
Leggere Daniela Raimondi, come tutti i veri poeti, tessere un filo per entrare in relazione e far diventare la lettura dialogo presume attrezzarsi; al lettore manca l’interlocutore, e l’assenza segna la «verità del limite» perché la poesia non è de­finibile, perché «nessuno ha mai saputo precisare la specificità della poesia… per­ché la caratteristica più autentica, che fa della poesia una lingua assolutamente par­ticolare, … è inafferrabile. Ma è certo che si tratta di un vuoto, di un limite oltre il quale non si può andare… la poesia segna un limite alle capacità umane, ai poteri umani. A questo punto: o si accetta questa condizione, limitata, e allora si può scri­vere e leggere poesia, oppure, se la si nega, non si può scrivere e nemmeno leggere poesia».
Coltivare l’assenza, cercare un percorso per entrare in relazione con l’autore, evi­tare di fermarsi all’usura dell’emozione (della scrittura e della lettura) è questo che richiede la poesia di Daniela Raimondi, una lingua navigante «fino agli estremi del­l’esperienza e della conoscenza»[2], là dove la poesia non “è finita” e vive.

[1] Ellissi, Edizioni Raffaelli, Rimini 2005; Inanna, Edizioni Mobydick Faenza, 2006; Mi­tologie Private, Edizioni Clandestine, 2007; Entierro – Monologo in versi, Edizioni Moby­dick Faenza 2009; Diario della Luce, Edizioni Mobydick 2011; La regina di Ica, Edizioni Il Ponte del Sale, Rovigo 2012; Selected Poems, Gradiva Editions, New York, 2013; Aver­nus, CFR Edizioni, Piateda-SO, 2014; Maria Di Nazareth, Edizioni Puntoacapo, Pastura­na-AL 2015; I fuochi di Manikàrnica. Mappe di viaggi, di luoghi e di popoli, Lingua Viva Publications, London 2017; La stanza in cima alla Scale, Nino Aragno Editore, Torino 2018.
[2] Le citazioni sono da C. Viviani, La poesia è finita. Diamoci pace. A meno che…, il melan­golo, Genova 2018, pp. 9-11, 72.

Giuseppe Ferrara-Recensione: Edoardo Penoncini, L’occhio profondo, Al.Ce., Ferrara 2018

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Proviamo ad avvicinarci alla nuova raccolta di Edoardo Penoncini, L’occhio profondo, come se stessimo rovi­stando in un cassetto, alla ricerca di un particolare og­getto che ricordavamo di aver intravisto in mezzo ad al­tre cianfrusaglie.
In quel cassetto, negli anni, è finito un po’ di tutto e sap­piamo per certo che anche quella cosa è finita lì, in mez­zo alle altre, così come un titolo finisce in mezzo alle poesie di una raccolta. Anzi, al principio.
Il titolo, appunto. Viene posto prima o viene riposto nel cassetto alla fine? Di sicuro soggiorna in mezzo alle pa­role, ai versi e alle strofe che lo hanno circondato, a vol­te nascosto: quante volte la penna che cercavamo è finita in fondo al cassetto, co­perta da fogli, foglietti, altre penne, e seppure invisibile al nostro sguardo, sape­vamo essere là? Non sarebbe già questa una rappresentazione perspicua in grado di mostrare la differenza tra un occhio e un occhio profondo? L’occhio in grado di guardare il contesto e quello capace di catturare il singolo dettaglio? Mi scuso con il lettore per la citazione wittgensteiniana che fa eco a quella che Roberto Dall’Olio grida – altrimenti non sentiremmo l’eco – nella sua bella prefazione alla raccolta di Penoncini; ma tale citazione non è gratuita come non è assolutamente gratuito per­venire al nucleo centrale di una esperienza poetica. L’oggetto che cerchiamo nel cassetto.
Quindi “rovistare con lo sguardo” è la materializzazione di una rappresentazione perspicua perché oltre a mostrare le differenze tra un un contesto e una messa a fuoco, fa quello che dovrebbe fare una rappresentazione perspicua: restituire spes­sore a una realtà che, per naturale e profonda tendenza dell’homo sapiens, si è por­tati a confondere con lo… sfondo a renderla, cioè, piatta e banale. E allora lo sguar­do che vede, insieme a quello profondo che… cerca, una volta attorcigliati a forma­re un solo filo, sono qualcosa di fecondo, un modus, un’invenzione. Una esperien­za poetica.
Tentiamo allora di cogliere l’oggetto alloggiato nel cassetto, il filo srotolato della esperienza poetica di Penoncini.
Come ci ricorda Hölderlin la Poesia è figlia del «tempo della povertà» e quella di Penoncini non fa eccezione mostrandoci, nella personale ricerca del tempo perduto da parte del poeta, la ricchezza di un tempo, quello dell’infanzia, vissuto povera­men­te ma ricco e felice (Vicus felix…) in confronto a questo “innominabile attuale” così apparentemente ricco ma vissuto poveramente e infelicemente (… nunc infe­lix). Ma la poesia di Penoncini è anche, e forse ancor di più, figlia della povertà del tem­-po e della propria stagione umana. Questo inevitabilmente potrebbe com­por­tare una visione cinica e rassegnata dell’avvenire, ma non è così.
Se avvenire e infanzia da sempre rappresentano, poeticamente parlando, una spe­ranza che risiede… nel passato, questa visione più profonda di Penoncini sembra invece rifarsi a quella forma di rassegnazione attiva definita dal poeta sudameri­cano Alvaro Mutis, disperanza.
La disperanza è qualcosa che si avvicina all’assoluta assenza di speranza, un at­teggiamento per certi versi orientale. Chi coltiva la disperanza non è affatto un di­sperato, anzi, può al limite essere un libertino o un gaudente. È comunque qual­cuno che ha fatto i conti, duramente, con le illusioni sue e della vita in generale. Da questo punto di vista è un leopardiano.
Piuttosto che una forma di disperazione, quindi, la disperanza di Penoncini è una specie di attivismo rassegnato alla condizione umana, lontanissimo dal disincanto, in quanto non ha nulla a che fare col cinismo (LIV, pag. 66). Anzi, ne è forse dia­metralmente l’opposto. Chi coltiva la disperanza non è cinico ma ha valori fortis­simi, e sa che la sua vita coinciderà con questi valori del passato, per quanto siano destinati essenzialmente a non potersi imporre nel futuro.
Così quando l’attesa non è più una … priorità (II, pag. 14) e l’occhio è ormai ad­destrato all’invecchiamento delle pietre (III, pag.15), la disperanza diventa quel­la soglia che permette i passaggi del passato che non si vorrebbe far passare e del futuro che è sempre sul punto di arrivare. Li avvertiamo tutti e due, dunque, passato e futuro, fermi su questa soglia ansiosi di irrompere come nostos o thanatos.
Inoltre quella di Penoncini è una disperanza, per così dire, innocente, confusa come è tra gli scricchiolii d’ossa e artrosi (LXVI, pag.78) camuffata da modi di fare e di dire fuori moda (XXXIX, pag. 51 e XLVII, pag. 59). Eppure di tanto in tanto af­fiora, in fondo al cassetto, sotto avverbi che divorano o in mezzo alla voracità onnivora di tempi, spazi e modi ( XLVIII, pag. 60). E questa apparizione è proprio da… apparizione inspiegabile, appunto, innocente.
L’occhio di Penoncini “rovista” nel mondo conservando questa relazione innocen­te con nuvole, campagna, alberi e campanili, persino con la morte restituendoci una immagine di tutto questo, indipendente dallo sguardo. Ma la messa a fuoco di questo sguardo, l’occhio profondo, ci provoca e provoca l’accadere delle cose, le delimita (e ci delimita) nello spazio e nel tempo, le confina e dunque ci confina en­tro un orizzonte che ha di per sè degli effetti: è questo processo silenzioso che, per così dire… srotola il filo, accende la luce dell’ultima casa.
La disperanza di Penoncini, questo processo di trasformazione, dunque ci mostra senza parlare – celandosi negli angoli occulti del “cassetto” – dove in realtà siamo, fuori dal cassetto, noi: dentro a un mondo che accade, un mondo che non è quello descritto dai nostri saperi; non è quello raccontato dalle nostre storie, né cantato dalle nostre emozioni e meno che meno dai nostri stessi versi. No!
Noi siamo dentro a un mondo che accade e si trasforma grazie al nostro modo di “viverci” (riflessivo) in esso e di naufragarci (XXXVII, pag. 49).
Un mondo in cui co-esistiamo con l’agonia di fronte alla nostra finitudine, di fronte alla catastrofe di eventi inaspettati e al lento sgretolarsi delle forme di vita; un mon­do che, attraverso la speranza o a questa innocente disperanza, continuiamo a navigare sbattuti tra nostos e thanatos, nella imminenza di un prossimo naufragio.LXVIII
 
è solo amore panico
o tragico panico
davanti all’oscuro vuoto
ora che ho sistemato tutto
sciolto l’ingorgo
liberato l’amore della città
sublimato il nostos del borgo
e ammansito thanatos
composto affetti e indignazione
mi resta un po’ di tempo
– lo diresti sfizio? –
per riposare sull’erba
e guardarmi dentro

Recensione: Floriana Guidetti, Nuovo vocabolario Italiano-Ferrarese, Edizioni Cartografica, Ferrara 2017

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Ambire a recensire un vocabolario è un’operazione che rasenta l’incoscienza se non addirittura essere un atto di forte presun­zione. Poiché non mi sento né incosciente e tanto meno presun­tuoso, premetto che non di una recensione si tratta, ma di al­cune brevi osservazioni a segnare l’importanza di un’operazio­ne che, oggi, come giustamente osserva Gian Paolo Borghi nel­la Prefazione, modifica l’intervento del lessicologo rispetto a quanto in passato fecero coloro che misero mano alla stesura di vocabolari o dizionari del dialetto (pag. VII). Allora si par­tiva dalla lingua di latte per arrivare alla lingua nazionale, oggi è esattamente il contrario, anzi non solo si parte dalla lingua nazionale per approdare al dialetto, ma si compie un vero e proprio recupero di quanto si sta inesorabilmente perdendo. Quindi, non solo strumento di consultazione, ma fonte alla stregua di un contratto agrario medievale, una bolla pontificia, un atto notarile o un diploma imperiale.
Detto questo val la pena ricordare che il Nuovo vocabolario… arriva a dieci anni di distanza dal precedente (Luigi Vincenzi, Alberto Ridolfi, Floriana Guidetti, Vo­cabolario Italiano-Ferrarese, Edizioni Cartografica, Ferrara 2007). Ma questa vol­ta l’Autrice ha dovuto procedere da sola, è venuta assottigliandosi quella schiera di ap­passionati cultori che aveva seguito la nuova linea di recupero della lingua fer­ra­rese aperta da Romano Baiolini nel 2001 con il Saggio di Dizionario etimolo­gico del dialetto ferrarese, Edizioni Cartografica, Ferrara 2001 e proseguita, editi dalla stessa editrice, con AA.VV., Vocabolario del dialetto ferrarese, del 2004, R. Baio­lini, F. Guidetti, Saggio di grammatica comparata del dialetto ferrarese, del 2005 e nel 2008 R. Baiolini, F. Guidetti, Nuovo vocabolario storico-etimologico del dia­letto ferrarese, e si tacciono altri vocabolari come quello di Monticelli (L. Fo­riani, G. Cori, G.P. Raminelli, Tùti i paìsi i gh’a al ssò dialèt. Al dialèt mund­siànt, s.d., s.l., 1980), di Cento (M. Borgatti, Vocabolario, centese-italiano, italiano cen­tese, Cento 1984; D. Tangerini, Vocabolario centese-italiano, Cento 2000), di Co­mac­chio (G.F. Bonaveri, Piccolo vocabolario di Comacchio, a cura di Franca Stroc­chi, Nuova Alfa, Bologna 1990), di Lagosanto (R. Baiolini, F. Guidetti, Vocabola­rio del lagotto: dialetto tipico di Lagosanto, Edizioni Cartografica, Ferrara 2005), di Argenta (G. Gherardi, M. Moretti, Il dialetto di Argenta. Vocabolario, glossario eti­mologico, fonetica, grammatica, sintassi e curiosità del dialetto argentano, Pen­dragòn, Bologna 2009, di Copparo, G. Pellizzola, Nu a zzcurén acssì. Vocabolario della parlata copparese, Grafiche Baroncini, Imola 2013).
La prima operazione del lettore è il confronto con il precedente vocabolario, oggi quasi triplicato nelle pagine e quindi nei lemmi, ma non solo, anche nello sviscera­re la portata semantica più ampia di tanti di essi, basti pensare a lemmi come Abbi­gliamento e Abiti, che i nostri nonni avrebbero probabilmente ridotto a Vastì, tanto singolare, quanto plurale, e il più delle volte per indicare genericamente la gabana, ill bragh, la sutana, la camiśa ecc., ma poi si sa che il tutto si risolveva nel vastì da festa o quél da laór e al plurale poteva anche essere utilizzato pagn, seppure con me­no eleganza.
Sfogliare un vocabolario significa anche entrare in una storia, quella dei vocabo­lari, non per ripercorrerne le tappe, ma per comprendere come si costruiscono, qua­li sono i criteri di selezione dei lemmi; è un’operazione che parte in qualche modo da una presa d’atto: l’importanza del ruolo che deve avere una lingua nel tessuto di una comunità, una koinè dialettale o neodialettale «comprensiva delle più diffe­renti diffrazioni del prisma», ovvero delle diverse esplicazioni fonetiche, lessicali e sintattiche che possono differire dal centro alla periferia. Necessario è dunque chiedersi cosa sia una lingua, perché oggi chi scrive o vuole utilizzare il dialetto deve confrontarsi, come scriveva Giuseppe Zop­pelli (Introduzione, in Fiorita pe­riferia, Campanotto, Pasian di Prato-UD 2002, pagg. 79-80), «con i concetti di iden­tità (anche linguistica) e cittadinanza (o non-cittadinanza)… dovranno seriamente confrontarsi con la creazione di una comunità fondata sull’ethos e non sull’ethnos».
Va da sé che molti tendono a considerare il dialetto una sorta di lingua morta, fis­sata una volta per sempre, sovvertendo così quello che è il percorso evolutivo di ogni parlata e non solo per i contatti tra aree geografiche contigue, ma anche per i movi­menti migratori, stagionali come la transumanza, o stanziali a portata nazionale e, come oggi, internazionale sempre più intensificati tra aree continentali e inter­con­ti­nentali nell’orizzonte della glocalizzazione. Ma una lingua non si modifica solo per i movimenti migratori, si modifica anche per il progresso tecnologico, per le novità che esso apporta. Basterebbe pensare a Montedison, sempre usato per indicare il petrolchimico ferrarese anche quando sono cambiati nome e proprietà, che per an­tonomasia oggi è al petrolchimich per troncamento della vocale finale dialettiz­zando l’italiano usato dai giornali. Lo stesso sarà scannerizzare (dall’inglese scan­ner-to scan) con caduta della vocale finale: scanerizàr, ma quanto meglio sarebbe omaggiare il termine italiano scansione/scansionare (dal latino scansio-onis, dal participio passato di scando-ere). Ma tant’è, finché ne vivrà l’ultimo dei parlanti una lingua si modificherà.
Oggi credo che i Ferraresi abbiano alcuni strumenti di grande momento per immer­gersi nel proprio dialetto, dal Saggio di grammatica al Nuovo vocabolario storico-etimologico del dialetto ferrarese, opere che coronano un ciclo. La grammatica non è una semplice messa a punto di altre benemerite operazioni, penso a quella di Beniamino Biolcati (Lèzar e scrìvar. Grammatica del dialetto ferrarese, Cassa editrice Alba, Ferrara 1980) che si muoveva sulla scia delle grammatiche scolasti­che, quella di Baiolini e Guidetti, in quanto comparata, vuole che il dialetto ferra­rese «relegato tra le attività ricreative» entri «finalmente a far parte dei monumenti della nostra provincia… una grammatica… vista… nell’ampio concetto che riguar­da i valori del contesto dialettale nella nostra società, interpretato alla stregua di reale monumento linguistico (aere perennius) prodotto da una popolazione… attraverso la raccolta e presentazione dei tratti che nei secoli hanno determinato l’individuali­tà e la ricchezza delle forme» (Saggio, cit., pag. XXIV).
Nel Nuovo vocabolario la Guidetti ha ben presenti le linee guida della grammatica e del vocabolario storico-etimologico, e restando in scia dà nella traduzione la dop­pia forma di molti lemmi entrati tali e quali nella parlata ferrarese o per troncamen­to come carciòf per articiòch, materàs per stramàz o pajóŋ, ricevuta per arzvuda, risparmi par sparàgn, tutti segnali di una contaminazione del dialetto sempre più frequente.
Il Nuovo vocabolario è uno strumento agile, senza la pretesa di esaudire ogni esigen­za, per esempio ci sono casi in cui compare il verbo e non l’aggettivo: orizzontare non orizzonte, oppure l’inverso marcia non marciare, ancora troviamo il nome con­creto geometra e non quello astratto geometria, il tutto per contenere gli spazi edi­toriali. Poi certamente ci sarà sempre chi non troverà un determinato termine o ma­gari non si spiegherà perché ci sia equinozio e non solstizio, ma sarebbe esercizio inutile cercare cosa non c’è, o perché non sono sempre indicate le aree dove si usa una forma anziché un’altra, come per albicocca mugnaga o armlìŋ, per gabbiano cru­càl o gabiàŋ. Il vocabolario conta oltre seimila lemmi, lo stesso numero del vo­cabolario di base che utilizziamo in italiano, come dire che se tornassimo a un pas­sato non lontanissimo potremmo tranquillamente vivere sereni la nostra vita quoti­diana in dialetto.
Il Nuovo vocabolario è strumento imprescindibile dal Nuovo vocabolario storico-etimologico e insieme vanno usati soprattutto da chi deve acquisire quella dimesti­chezza, domesticità per richiamare il Dizionario domestico di Azzi, che gli possa con­sentire di usare e leggere una lingua che oggi sta correndo il rischio dell’estin­zione, seppure a fronte di un dialetto scritto, in prosa e in versi, che non agevola la riflessione sulla lingua e ogni lingua diventa davvero propria solo quando si fa me­talingua e «perché ha la consapevolezza critica di stabilire un rapporto da lingua con il mondo moderno e i suoi problemi» (T. Maniacco, L’ideologia friulana. Cri­tica dell’immaginario collettivo, Kappa Vu, Udine 20102, pag. 40).